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Intervista ad Antonia Arslan: una voce per l'Armenia

Ha svelato il genocidio armeno, o almeno vi ha contribuito in modo determinante: Antonia Arslan (autrice de La masseria delle allodole e tanti altri libri) a Pordenonelegge giovedì 20 settembre ha annunciato di aver pronto il prossimo libro: uscirà prima di Natale e si intitolerà: "La bellezza sia con te" avrà prose e anche poesie

Parole chiave: Armenia (1), Genocidio (2), Arslan (2), Pordenonelgge (3)
A Pordenone annuncia: pronto il prossimo libro

  Antonia Arslan, autrice di un libro - poi anche film - di successo internazionale come La masseria delle allodole, già docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Padova, porta a Pordenonelegge la sua Armenia e la causa del genocidio negato, al cui svelamento con i suoi romanzi ha contribuito in maniera determinante.
Giovedì 20 settembre ha affollato all'inverosimile lo spazio di Cucina 33, davvero piccolissimo per contenere i tanti che desideravano ascoltarla. Lei non ha tradito le attese. Con la sua voce roca, con la sua capacità di commuovere e commuoversi, ha ricordato le figure femminili che furono nella sua famiglia. Dalla zia Enrica alla energica mamma Vittoria. E ha fatto a Pordenone il regalo di un annuncio: il prossimo libro è ben avviato, uscirà per certo per Natale e si intitolerà: "La bellezza sia con te". Si comporrà di prose sotto forma di racconti e di poesie.

Enrica, Shushanig: ci parli di loro...

Sono le mie donne armene. C’è zia Enrica, a cui ho dedicato La masseria delle allodole, e che conosco da vicino perché ha vissuto accanto a noi a Padova. Lei che non si è mai sposata e ci portava in casa i cibi orientali ma anche la nostra religione. I cibi, perché preparava lo yogurt in casa ed era molto diverso da quello che si comprava. Noi ne andavamo ghiotti, anche se era acido. Faceva una crosticina deliziosa che ci piaceva da morire. Lei ci ha nutriti della patria perduta.  Ci portava anche la sfera religiosa armena. Noi eravamo cattolici di rito orientale ma solo poche volte l’anno potevamo andare a Venezia, all’isola di San Lazzaro degli armeni. Durante tutto l’anno avevamo lei, la sua memoria delle preghiere.

E le altre donne?
O sono tante, ma non si può tacere di Shushanig, che significa piccola Susanna, dalla incredibile e tremenda storia. Donna creativa e forte, rispetto al pacato marito farmacista. A lei, madre di sei figli, toccò in sorte di vedersi decapitare il marito davanti agli occhi e di raccoglierne la testa in grembo.
È lei che salva dalla deportazione e morte l’unico figlioletto maschio vestendolo da bambina. Rimasta sola con tanti figli, la piccola Susanna chiude il dolore nel cuore e resiste fino a che, come si legge all’inizio dell’altro romanzo, La strada di Smirne, non ha accompagnato fino all’età adulta tutti i suoi figli. Solo allora può arrendersi e morire.
Donne armene paradigmatiche. Hanno un valore universale capace di parlare di tutte e a tutte le donne?
Certo. Enrica, la sorellina del nonno, non si è mai sposata. Era molto timida, ma ha saputo trovare il coraggio per andare a trovare le sorelle in America. È stata un ponte tra l’Armenia e noi. È rimasta accanto a noi come una figura materna vicaria. Mio padre, armeno, aveva una moglie italiana. Zia Enrica non era nostra madre, ma è lei che ci ha trasmesso l’Armenia. Mia madre ovviamente non avrebbe potuto farlo. La zia aveva storie, foto, preghiere, sapori, cibi, racconti armeni. È stata il collegamento col passato, con una terra, con la storia perduta.
E Shushanig è, se vogliamo, il modello opposto: madre coraggiosa, tenace, piena di iniziative. Di fronte alla sua tragedia non si abbandona al lamento. È una leonessa, un modello della donna-madre. Così Azniv è l’esempio del sacrificio.
Sono le loro storie vere, ma al contempo sono percorsi universali: in ogni luogo e tempo ci sono state donne così. Per la propria famiglia, i figli, la propria terra.
Siamo in un festival letterario: le donne armene hanno un legame particolare con la scrittura.
Sì, importante e precoce, nel senso di antico. Le bambine armene erano tutte alfabetizzate, quando è accaduto il genocidio. Nel 1915, tempo del Risveglio culturale armeno, c’erano parecchie giornaliste e scrittrici, frequentavano l’università. Due esempi: Margarit Melik Beglayan, donna armena laureatasi a fine ’800 all’università di Zurigo i cui articoli sono ancora nel sito di quella università. E Zabel Yessayan, giornalista celeberrima (nata nel 1878 in un sobborgo di Istanbul, autrice de I giardini di Silihdar ndr.).
Si può dire che le donne armene abbiano avuto un ruolo determinante anche nella trasmissione della religione e del senso del sacro?
Ruolo fondamentale che sta venendo sempre più alla luce. Sono state delle povere creature, a cui furono uccisi e deportati mariti e figli maschi. Donne che subirono ugualmente atrocità inaudite: furono rapite e turchizzate a forza.
Eppure, nel privato hanno avuto la forza, la memoria e la volontà di trasmettere le preghiere del loro popolo e della loro religione. Il passato cristiano, che doveva essere estirpato, viveva in loro ed è sopravvissuto. Lo hanno saputo trasmettere.
É un ruolo questo che proprio ultimamente si sta molto rivalutando. Infatti, stanno uscendo opere, scritti, diari: semplici nella forma ma importantissimi perché testimonianze prime di quanto era stato. Grazie a loro si è trasmessa la religione e non solo: la cultura in senso ampio, dalle ricette alle tradizioni, l’educazione, la lingua. Una civiltà intera è passata attraverso le sopravvissute.
Simonetta Venturin

A Pordenone annuncia: pronto il prossimo libro
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