L'Editoriale
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Migranti: fatti e sguardi

Di fronte alla evidente complessità della questione il raziocinio (“non possiamo accoglierli tutti”) e lo slancio umanitario (“non si possono lasciare in mare”) devono necessariamente prendersi in reciproca considerazione e venirsi incontro.

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Migranti: fatti e sguardi

Migranti

fatti e sguardi

Simonetta Venturin

Quanti volti hanno i migranti e quanti sono i nostri sguardi su di essi? Per alcuni hanno il volto di persone in difficoltà estrema, tanto da rischiare la vita nella fuga dal proprio paese; per altri hanno quello di indesiderati invadenti. Stesso fenomeno, letture diverse fino a diametralmente opposte: figlie anche delle convinzioni personali, della visione politica del mondo. Come stare dunque di fronte a questo fenomeno epocale, come capirlo e valutarlo affinché la risposta che siamo chiamati a dare sia, nella concretezza delle cose e dei numeri, la migliore e la più giusta possibile?

Si parla di circa 32mila sbarchi dall’inizio del 2023 (il quadruplo dell’anno scorso) e anche sul fronte rotta balcanica i passaggi aumentano. Per far fronte all’incremento di attraversamenti e di naufragi (600 vittime in neanche cinque mesi) il governo italiano ha nei giorni scorsi proclamato sei mesi di stato d’emergenza e ha deciso un finanziamento straordinario di 5 milioni di euro, la nomina di un commissario straordinario, una stretta sui permessi speciali, la linea dura sugli sbarchi oltre a provvedere all’alleggerimento del centro di Lampedusa dove il sovraffollamento (quattro volte superiore alla capienza) è specchio di fronte al mondo di poca umanità di trattamento. Allo stesso modo ci si adopera per frenare l’arrivo via terra (controlli e fototrappole).

Se sui migranti sguardi e opinioni divergono, va da sé che lo stesso accade riguardo i provvedimenti che i governi di turno mettono in atto. Quello attuale, per le cui forze componenti il tema è da anni un punto forte dei programmi elettorali, sta reagendo con metodi consoni alla linea di pensiero manifestata e applicata già dal 2018 a seguito del decreto sicurezza firmato da Salvini (ora rievocato) che ha tagliato fondi, soppresso servizi (corsi di italiano, corsi professionalizzanti, sostegno psicologico), eliminato l’accoglienza diffusa nei comuni (Sprar) in favore di grandi centri di accoglienza. Il tutto, ieri come oggi, corre lungo una linea dura d’azione con l’obiettivo di contenere presenze che – come detto - “tolgono lavoro e risorse agli italiani”.

Chi la vede diversamente, invece, coglie tanto la disumanità dei respingimenti di persone mosse dalla disperazione, quanto l’inopportunità di una simile scelta di fronte alla duplice e concreta necessità di nuovi arrivati: demografica (drammatica denatalità italiana) e lavorativa (necessità di manodopera). Deficit già previsti dagli esperti che oggi sono all’attualità della cronaca con culle vuote e imprenditori all’infruttuosa ricerca di lavoratori. Due aspetti che disegnano per il nostro paese un futuro problematico di crescita rallentata e spese maggiori per pensioni e assistenza ad una popolazione sempre più anziana.

Beccarci l’un l’altro come i capponi manzoniani all’insegna “dell’avevamo ragione noi” non serve oggi e non risolve il domani. Sulla questione restano alcuni punti fermi e, si crede, condivisibili.

Il fenomeno è epocale, figlio da una parte del cambiamento climatico che affama nuove fasce del pianeta, dall’altra da un’esplosione di conflitti che ugualmente muove milioni di persone.

Il fenomeno è globale e quella che arriva a noi non è che una piccola parte del tutto: non si trattiene l’acqua chiudendo qualche foro dello scolapasta.

Il fenomeno, per la parte che ci chiama coinvolge, va gestito con un coinvolgimento europeo, perché è fin troppo facile scaricarlo operativamente sui paesi geograficamente coinvolti.

Il fenomeno va gestito tanto nel nostro paese (cercando tutta l’integrazione possibile nella nostra società) quanto in sinergia con i paesi di provenienza (progetti di formazione da una parte, di crescita dall’altra). A tal fine premier e ministri – ora e in precedenza - si sono più volte mossi. Oltre agli incontri miranti al mero contenimento (Italia-Slovenia ma anche Italia e paesi affacciantisi sul Mediterraneo), una novità pare venire da un recente accordo con la Tunisia in base al quale dovrebbero arrivare, previa preparazione, 4mila persone. Un tentativo di risposta alle richieste dei nostri imprenditori che - anche se minimale rispetto alle centinaia di migliaia di persone attese da agricoltura e industria -, rappresenta una mossa lungimirante, la cui efficacia sarà proporzionata alla reale e ulteriore messa in pratica.

Di fronte alla evidente complessità della questione il raziocinio (“non possiamo accoglierli tutti”) e lo slancio umanitario (“non si possono lasciare in mare”) devono necessariamente prendersi in reciproca considerazione e venirsi incontro.

Di fronte a visioni così opposte, ciascuno si trova pure a fare i conti con i valori e principi a cui crede. L’ottica cristiana è quella di San Martino che divide il suo mantello o del samaritano che si ferma e presta soccorso: non facile se è vero che, prima di lui, due hanno tirato dritto. L’ottica dell’uomo di mare è quella di chi sente l’obbligo dell’immediato soccorso. Altre visioni tendono a schierare un “noi” contro un “loro”.

Eppure, oltre ogni credo e ideologia, c’è un minimo comune denominatore condivisibile: il valore di ogni uomo. E allora chi sta meglio presta aiuto a chi sta peggio. Ce ne sarebbe pure la convenienza: la si raggiunge però se quell’aiuto non si limita a un tetto, un vestito e nulla più, ma se investe in strumenti capaci di promozione e progresso umano e sociale dell’accolto (istruzione, apprendimento, apprendistato) fino a fare dello straniero migrante un cittadino a tutti gli effetti.

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