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6 giugno 1944-2024: 80 anni dallo Sbarco in Normandia

Quando i primi soldati tedeschi, acquartierati nei bunker lungo la costa della Normandia, videro arrivare dal mare l’immensa flotta Alleata, era l’alba del 6 giugno 1944, il D-Day.

Parole chiave: D-Day (2), Normandia (2), Guerra (161)
6 giugno 1944-2024: 80 anni dallo Sbarco in Normandia

Quando i primi soldati tedeschi, acquartierati nei bunker lungo la costa della Normandia, videro arrivare dal mare l’immensa flotta Alleata, era l’alba del 6 giugno 1944, il D-Day. 80 anni sono passati da quello stupore, misto a terrore e sorpresa, a causa del convincimento dei generali tedeschi che mai una invasione sarebbe potuta avvenire solo dal mare: in un certo senso avevano anche ragione perché nella realtà lo sbarco sulle spiagge normanne di Utah, Omaha, Gold, Juno, Sword era stato anticipato, durante la notte tra il 5 e il 6 giugno, dal lancio di migliaia di paracadutisti britannici, statunitensi e canadesi, che si videro catapultati oltre le linee tedesche, in molti casi soli, dispersi, in molti casi morti affogati nelle paludi della penisola del Cotentin o in mare per errori di rotta. Ma furono questi paracadutisti, il cui emblema è il famoso John Steel, che finì appeso alla torre campanaria della cittadina di Saint-Mère Eglise, a permettere che lo sbarco in Normandia e la conseguente invasione potesse aver luogo, con tutte le storie minime di soldati, uomini, ragazzi, chiamati a combattere a migliaia di chilometri dalla loro casa, per la libertà dal nazifascismo.
La storia dello Sbarco in Normandia è soprattutto la narrazione di un avvenimento epocale, che si posiziona tra il dramma della violenza della guerra, con i suoi orrori, la sua disumanizzazione, gli eccessi d’odio e la morte dominante, e la ritrovata libertà e pace che da quegli orrori è poi scaturita, dando all’Europa ottanta anni di serenità, oggi tradita e violata ancora una volta per l’insipienza di chi vede nelle armi l’unica ragione per la soluzione dei problemi. Lo Sbarco in Normandia, il cui 80mo anniversario sta venendo celebrato con grandi manifestazioni in questi giorni, in quegli stessi luoghi ove avvenne, è un evento che non può essere raccontato senza evidenziarne anche quella matrice spettacolare e di potenza che alla fine fu la chiave della vittoria degli Alleati.

Non si deve dimenticare che ciò che gli occhi di quelle sentinelle tedesche videro, ciò che gli abitanti ancora stanziali e non fuggiti dalle cittadine della costa Normanna, come St. Marie du Mont, Virville sur Mer, Port-en-Bessin poterono osservare dai ruderi delle loro case, fu innanzitutto uno spettacolo impressionante di potenza e superiorità umana e militare. Perché i numeri di quello sbarco parlano di 6.483 navi, tra cui 4mila mezzi da sbarco, 9 corazzate, 23 incrociatori, 104 cacciatorpediniere, 11mila tra aerei da caccia, bombardieri e da trasporto. 4mila tonnellate di bombe vennero sganciate dall’aviazione alleata nel giro di poche ore, mentre incessante fu il martellamento delle coste con i cannoni delle navi. Eppure tutto ciò non fu sufficiente perché la vittoria fosse immediata e con poche perdite. Fu un massacro da ambo le parti: dal giorno dello sbarco alla fine della campagna di Normandia, che portò alla liberazione di Parigi il 25 agosto 1944, furono circa 200mila i morti e feriti Alleati e una cifra imprecisata oltre i 350mila tra i tedeschi. La guerra non si interruppe con lo sbarco, durò un altro anno, con momenti di duro impegno per molti soldati che furono tra i protagonisti el D-Day, come la mitica compagnia paracadutisti “Easy” della 101ma divisione aerotrasportata statunitense, che fu fondamentale nella liberazione di Carentan e durante l’assedio di Bastogne, nella controffensiva tedesca nelle Ardenne nell’inverno del 1944. La compagnia “Easy” conquistò anche il “Nido dell’Aquila”, il famoso rifugio alpino di Hitler, nella cittadina bavarese di Berchtesgaden. Alla “Easy” è stata dedicata la serie televisiva in 10 puntate, prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, che nel 2001 ha narrato le vicende di questo manipolo di soldati statunitensi: “Band of Brothers”. La serie, basata su un saggio storico ricco di testimonianze dei sopravvissuti della “Easy”, scritto dallo storico Stephen Ambrose, presenta con crudezza lo spettacolo tragico e devastante della guerra, senza renderlo edulcorato da eroismi o ideologie: la guerra è morte, sangue, sbudellamenti, esplosioni, freddo, fame, occhi che chiedono pietà, strategie e amicizia, violenza e anelito di pace. I soldati americani sono di origini le più diverse: italiani, germanici, danesi, francesi, polacchi, cattolici, protestanti, ebrei, nativi americani, figli degli stati agricoli o membri di famiglie borghesi della East Coast. Il loro addestramento, meticoloso e asfissiante, li salva, e li pone come macchina mortale al cospetto dei soldati tedeschi, che vengono affrontati senza pietà, quella stessa pietà che loro non avrebbero ricevuto.
“Band of Brothers”, con la narrazione dei reduci, richiama altri due prodotti cinematografici che hanno affrontato lo sbarco in Normandia con accenni tra loro differenti: “Il Giorno più lungo”, film del 1962, tratto dal romanzo di Cornelius Ryan, che nelle mani di un quartetto di registi, attraverso il sistema del film verità, racconta quasi esclusivamente il lato Alleato dello sbarco e dei giorni successivi.

La particolarità del film è che molti degli attori (tra i quali Henry Fonda, Rod Steiger e Richard Todd) furono tra i soldati che realmente presero parte allo sbarco, e con la loro consulenza resero il film realistico anche se decisamente schierato. Ma è con “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg, film del 1998, che la morte che è spettacolo tragico della malvagità umana, raggiunge vertici indimenticabili, a tratti insostenibili: i 20 minuti iniziali del film sono la descrizione del massacro dei primi soldati statunitensi sbarcati nella spiaggia di Omaha. Lunga 8 chilometri, si trasformò in un cimitero di ragazzi che morirono ancora prima di raggiungere la spiaggia, affogati dentro i mezzi da sbarco affondati dalle micidiali artiglierie tedesche, che non erano state scalfite dal cannoneggiamento navale. Immagini che ancora di più ci debbono far riflettere: come ha scritto Papa Francesco a mons. Jacques Habert, vescovo di Bayeux e Lisieux, in occasione di questo anniversario “lo sbarco evoca, più in generale, il disastro rappresentato da questo terribile conflitto globale dove tanti uomini, donne e bambini hanno sofferto, tante famiglie sono state dilaniate, tanta rovina è stata provocata. Sarebbe inutile e ipocrita ricordarlo senza condannarlo e rigettarlo definitivamente, senza ripetere il grido di San Paolo VI dal podio dell’Onu, il 4 ottobre 1965: “Mai più la guerra!”.

Fonte: Sir
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