L'Editoriale
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L'Europa ha perso una stella. Anzi, è la stella che ha deciso di staccarsi dal cielo blu della bandiera dell’Unione, che scende da ventotto a ventisette paesi membri. E’ un divorzio subìto: dall’Unione come da una parte del Regno Unito. Per questo non sarà facile trovare tutti gli accordi, commerciali e non, per regolare gli spostamenti di merci e persone

Parole chiave: Irlanda (1), Brexit (5), Unione Europea (3)
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    L'Europa ha perso una stella. Anzi, è la stella che ha deciso di staccarsi dal cielo blu della bandiera dell’Unione, che scende da ventotto a ventisette paesi membri. E’ un divorzio subìto: dall’Unione come da una parte del Regno Unito, tanto è vero che in Scozia si pensa a un referendum per la marcia indietro. E pure nella stessa Londra, la fatidica sera del 31 gennaio - che ha sancito la fine della presenza inglese nell’Unione -, si sono visti da una parte il premier Boris Johnson e i suoi ministri impegnati in uno scenografico conto alla rovescia per scandire gli ultimi sessanta minuti in Europa, dall’altra i contrari alla Brexit vegliare la morente presenza nell’Ue con candele e bandiere stellate. Tante sono le divisioni in atto.
Sui cieli inglesi, dal primo febbraio, non brilla una stella in più ma un grande punto interrogativo. Gli accordi sono tutti da prendere e pure in tempi brevi, secondo la data imposta da Johnson: il 31 dicembre.
Per il momento sono certi i costi e l’addio all’Europarlamento. Con questo divorzio il Regno Unito perderà 40 miliardi di euro (contributi che non riceverà), mentre nelle casse dell’Unione non entreranno 13 miliardi di euro provenienti da oltre Manica. Politicamente parlando, dalla mezzanotte del 31 gennaio, i 73 eurodeputati britannici non sono più membri del Parlamento europeo. Ne sono stati rimpiazzati solo 27 (46 seggi restano liberi per eventuali allargamenti dell’Unione). Tre dei 27 sono italiani, tutti del centro destra.
Vari capi di Stato hanno coronato la giornata del 31 gennaio con parole di amicizia, ma hanno pure rimarcato che le scelte si pagano: è chiaro che, d’ora in poi, gli interessi non saranno comuni e che ciascuna parte cercherà di proteggere il proprio. La cancelliera tedesca Merkel ha parlato di "profonda frattura... i negoziati non saranno facili". Il presidente francese Macron di "uno choc e uno storico segnale d’allarme per l’intera Europa". Il nostro premier Conte ha sottolineato la necessità di "proteggere le nostre imprese", non diversamente dalla presidente della Commissione europea Von der Layen: "L’Ue sarà unita nel difendere i propri interessi". Dopo 47 anni insieme, dunque, si cambia.
La vita quotidiana dei britannici scorrerà inalterata per il 2020, ma è nelle stanze dei bottoni che si vanno a scrivere i destini di imprese e persone. Numerosi i nodi da sciogliere, a partire da quelli doganali per la circolazione di merci e di uomini: ci sono 1,2 milioni di inglesi che vivono in paesi europei e 3 milioni di europei che vivono in Gran Bretagna, tra cui 700mila italiani. Resta pure da sbrogliare la questione della pesca in acque britanniche, infatti il 42% del pescato finisce in barche dell’Unione. Dato che gli europei diventano "stranieri" nel suolo britannico sono da regolamentare aspetti ad alto impatto sulle persone come la copertura della tessera sanitaria e il costo delle università. E, questione delle questioni, resta l’Irlanda del Nord, per la quale c’è già chi prospetta l’unificazione sotto il vessillo stellato.
Il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli nel suo discorso del 31 gennaio ha parlato di "ferita profonda" ma anche di trattative nell’ottica "della fratellanza e amicizia". Nobili sentimenti che paiono già infrangersi sugli scogli degli interessi economici.

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