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Il Vescovo Pellegrini dopo la quarantena: "Il rischio era quello della fede virtuale"

Domenica 24, Giornata delle Comunicazioni sociali: intervista al Vescovo Pellegrini, molto "mediatico" nei giorni reclusi del Coronavirus

Parole chiave: Sociale (1), Vescovo Pellegrini (23), Coronavirus (222), Pandemia (5)
Il Vescovo Pellegrini dopo la quarantena: "Il rischio era quello della fede virtuale"

a Giornata delle comunicazioni sociali può apparire una formalità e, invece, nella vita della Chiesa anche questa è una pagina di verità, dato che la chiesa è sempre stata annuncio, Buona novella da divulgare: dalle schiere angeliche, alle Sacre scritture, dai libri, alle encicliche, ai giornali. E ora, tanto più ora nei mesi di distanziamento sociale imposti dal Coronavirus, l’annuncio si è fatto virtuale quanto ai mezzi usati (web, facebook, streaming, wapp), ma reale e concretissimo nei contenuti. Ne parliamo con il nostro Vescovo, S.E. mons. Giuseppe Pellegrini impegnato in un tour de force mediatico: dirette streaming con i giovani (vedi la alternativa veglia di preghiera delle Palme), con i sacerdoti (riunioni con i vicari), con i gruppi di preghiera e vocazionali (veglia e chiusura percorso de Lo Scrigno), in streaming con i vescovi del Friuli Venezia Giulia o con quelli del Triveneto (Cet). Nella settimana santa ha incontrato le varie categorie sociali, specie rappresentative del momento della pandemia: il lavoro che si è fermato (celebrazione alla Savio), la scuola con le classi vuote (celebrazione al Vendramini), l’instancabile volontariato (celebrazione all’aperto nella sede della protezione civile), gli operatori della sanità (celebrazioni all’ospedale civile di Pordenone e al Cro di Aviano), l’operosa carità (celebrazione alla Caritas diocesana). A tutto questo vanno aggiunte le celebrazioni domenicali, teletrasmesse dal canale il13 e registrate a porte chiuse, ogni domenica da una diversa parrocchia e, a maggio, santuari mariani (oltre a Pordenone e Concordia, Spilimbergo, Madonna del Monte, Fanna).
Eccellenza, è stato "mediatico" in questi mesi?
Sì e mi sono pure un po’ preoccupato di questa che non volevo apparisse una sovraesposizione, ma piuttosto una presenza, una vicinanza ai sacerdoti, alle categorie, alle persone, a chi da casa poteva così seguire la messa dalla propria parrocchia, sentirsi unito alla diocesi. Un modo per essere in contatto anche senza contatti possibili, nel rispetto di quanto stabilito dai decreti. Una presenza che ha inteso dire: eccoci la chiesa, il vescovo, i vostri parroci sono qui, nella modalità possibile, ma con voi.
In particolare ho sempre cercato di non sovrappormi ai sacerdoti con cui ho condiviso le celebrazioni e, anzi, ribadisco il mio grazie a tutte le parrocchie che mi hanno accolto e accompagnato in questo cammino.
Il senso di questa Giornata dedicata ai mezzi di comunicazione sociale è diventato più tangibile col Covid-19?
Mai come quest’anno sentiamo quanto sono importanti. Nella paura del contagio hanno dato espressione a tante esperienze di vita rinchiusa e anche alla fede. Ma non si deve perdere di vista l’importanza della comunità reale.
Nell’emergenza i vari strumenti della comunicazione ci hanno tenuto in contatto, ma non ci può bastare una comunità virtuale: la Chiesa non lo è. È una comunità reale, che vive insieme, una comunità di uomini e donne che vivono insieme, celebrano insieme, che insieme sanno donarsi al prossimo. Questo è il significato di quel "camminare insieme".
Inoltre c’è un altro aspetto da ricordare. Oggi, noi siamo freschi di Covid 19 e pensiamo all’esperienze fiorite più di recente. Ma non scordiamo chi, già prima, era escluso dalla celebrazione: i malati, gli anziani, coloro che non si possono muovere. La Chiesa ha sempre inteso raggiungere tutti, sperimentando varie formule di vicinanza. Mi preme sottolineare che la missione della Chiesa è vicinanza concreta, immersione nel mondo, è - appunto -, camminare insieme concretamente.
Di recente anche le parrocchie si sono molto prodigate, ciascuna con originalità proprie…
E ancora le invito a valorizzare la straordinaria opportunità che ciascuno di questi mezzi offre, come a ricordarsi della carta stampata che non è secondaria: "Scripta manent, verba volant" si dice. La carta stampata ha una sua tipologia di comunicare, che permette una maggiore profondità, sia questa nel racconto e nella comprensione della contingenza di quanto accade, sia pure della dimensione di fede.
C’è diversa scelta, dai libri ai giornali: permettono di consolidare la dimensione culturale ma anche quella spirituale.
Vede possibili rischi in un più assiduo ricorso ai nuovi mezzi di espressione, ai social?
Uno lo ha denunciato papa Francesco, nelle sue omelie mattutine. È il rischio di una fede gnostica, ovvero di una fede virtuale, di una fede che vive e si rifugia nella sola dimensione intellettuale (il 17 aprile ndr.).
Ma la nostra fede è la fede in una persona, in Gesù; una fede che si condivide con altre persone in una comunità. Francesco ha detto: "Dobbiamo crescere in questa familiarità con Gesù, che è personale ma anche comunitaria. Una familiarità senza comunità, senza Chiesa, senza i sacramenti, è pericolosa, può diventare una familiarità gnostica, staccata dal popolo di Dio".
Si è detto che il coronavirus ha riavvicinato alla messa in tv, al rosario in tv o in streaming. Che ne pensa?
Si parla di una buona risposta alle proposte anche dal territorio oltre che nazionali. Tanti hanno evidentemente sentito il bisogno di tornare all’essenza della umanità. Ho ricordato un passo della canzone di Domenico Modugno, "La lontananza", per commentare il ritorno alle celebrazioni con il popolo, che tanto abbiamo atteso.
Auguriamoci che questa voglia di partecipazione, prima solo virtuale, si traduca ora in immersione vera nella dimensione spirituale, che nella vita compaia anche uno spazio di ricerca di Gesù. Che resti aperto quello che si definisce "l’occhio del cuore".
Questo virus ha cambiato l’uomo?
È stata avvertita la necessità di ritornare all’essenza della umanità. E l’essenza dell’umanità è Gesù. Dio ci ha fatti a sua immagine e somiglianza.
Forse dovevamo perderlo per ritrovarlo: è la ragione per la quale Gesù non resta con i discepoli per sempre, ma compiuto il suo percorso, li lascia. Però, come diceva il vangelo di domenica scorsa, Gesù ha detto: "Non vi lascio orfani".
Qual è il messaggio che, nei giorni della pandemia, ha sentito più fortemente di dover trasmettere?
Sono due: uno più quaresimale e uno pasquale, corrispondono ai giorni della quarantena che ci ha isolati dalla quaresima al dopo Pasqua.
Il primo è "Non avere paura, non temere". Ci dice che la croce è fondamentale per giungere alla Resurrezione. "Non avere paura" va oltre al messaggio "Andrà tutto bene", che ha una base umana, emotiva; mentre il nostro è più profondo e più ricco, porta la speranza e, dato che le sue fondamenta sono il vangelo, la certezza che non sono solo parole.
Il secondo è: "Donna, perché piangi", la domanda che Gesù rivolge alla Maddalena che trova il sepolcro vuoto e si dispera. Invece Gesù c’è, è lì accanto a lei, come a noi ora. E ci invita a guardare con gli occhi giusti quel che accade. E ci dà la forza per affrontare tutte le pagine della vita.
Il tema di questa 54ª Giornata parla del raccontare la vita: "La vita si fa storia". Che storia resterà di questi giorni?
La storia di tanti medici, infermieri, operatori in casa di riposo e di tanti sacerdoti che sono morti nella pandemia: stavano aiutando malati, assistendo anziani, soccorrendo poveri. Ricordiamo che Cristo lo troviamo nel povero, nel malato, nell’abbandonato. Nella storia restano i martiri e i santi, coloro che partendo dalla loro umanità e dall’incontro con Cristo, hanno saputo far dono di sé. Queste sono le pagine della cronaca che resteranno nella storia.
Simonetta Venturin

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