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Benedetta Bianchi Porro: Beata sabato 14 a Forlì

La cerimonia di beatificazione di Benedetta Bianchi Porro si tiene sabato 14 settembre alle 10,30 nella cattedrale di Forlì, dove il vescovo è il nostro mons. Livio Corazza. Sarà sull'altare insieme a oltre cento sacerdoti, 14 vescovi; presiede il card. Angelo Becciu, prefetto della congregazione per le cause dei santi. Il biografo di Benedetta è un nostro sacerdote diocesano: don Andrea Vena, parroco di Bibione.

Benedetta Bianchi Porro: Beata sabato 14 a Forlì

Sabato 14 settembre Benedetta Bianchi Porro viene annoverata tra i Testimoni che la Chiesa indica meritevoli di essere venerati e ancor più imitati.
Sarà beatificata nella Cattedrale di Forlì, sede episcopale di mons. Livio Corazza, già parroco della cattedrale di Santo Stefano a Concordia Sagittaria.
CHI E’ BENEDETTA. È una giovane ragazza di Dovadola (Forlì), morta a Sirmione in giovane età, a causa di una rara malattia.
Se all’inizio la sua infermità e poi il suo letto si sono stati per lei un vero "calvario", alla fine si sono rivelati "luogo teologico", ossia il luogo dove Dio si è a lei presentato.
Da bambina lascerà Dovadola per trasferirsi con i suoi a Sirmione sul Garda, dove il padre lavorava presso lo stabilimento termale.
UNA MALATTIA PROGRESSIVA. Nel 1957 subisce il primo di una lunga serie di interventi al capo. Di questi interventi, e in particolare degli stati d’animo che vive, troviamo testimonianza nel Diario e ancor più nelle lettere grazie alle quali resta in contatto con gli amici.
Scrive all’amica Maria Grazia, compagna universitaria: "Alla fine di giugno mi sono operata d’urgenza: non ti spaventare, neurofibroma all’acustico... vorrei dirti come sono conciata, ma temo di non riuscirci. In occasione dell’operazione mi tagliarono i capelli a zero e ora la mia testa assomiglia molto a una spazzola per abiti; inoltre in seguito all’intervento, mi si è paralizzato il facciale di sinistra (per un errore del medico!) e così a fine settembre dovrò rientrare in clinica per rimettermi a posto la faccia. Ti confesso che a volte mi sento terribilmente depressa".
Un anno dopo, sempre all’amica Maria Grazia, scrive: "....io penso che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili), e la mia anima è piena di gratitudine e amore verso Dio, per questo... Faccio la vita di sempre; pure a me sembra così completa! La vita in sè e per sè mi sembra un miracolo e vorrei poter innalzare sempre l’inno di lode a Chi me l’ha data".
L’INCONTRO CON NICOLETTA. Intorno al 1960, conosce Nicoletta Padovani, anche lei studentessa universitaria, parte del movimento Gioventù Studentesca (GS) di Azione Cattolica, guidato allora da don Luigi Giussani.
Grazie a Nicoletta, Benedetta riuscirà a prendere consapevolezza della fede che già vive ma alla quale ancora non sa dare volto e nome: "Cara Nicoletta, capisco che prima di tutto devo accettarmi così come sono, miserella e mediocre e impotente, affidandomi a Lui...".
IMMOBILE E CIECA. Nel 1963 la marcia inarrestabile del male le ha ormai bloccato tutti i centri vitali provocando cecità, perdita della mobilità degli arti, del senso del gusto, dell’olfatto.
La sensibilità rimasta nella mano destra e un filo di voce fanno da ponte di comunicazione con il mondo esterno.
Attraverso un alfabeto di segni e tocchi convenzionali - da studentessa universitaria li imparò da sola, quando, nel 1956, capì la sua malattia! - Benedetta "legge" i messaggi degli amici e risponde servendosi ordinariamente della madre.
DAI TESTI E DALLE LETTERE. Leggendo i suoi scritti e ascoltando le testimonianze degli amici, si comprende come Benedetta non abbia subito la malattia, ma - pur dopo iniziali lotte interiori e dopo aver attraversato "notti oscure" sentendosi abbandonata da Dio -, sia riuscita a ritrovarsi e conoscersi in Dio, a tal punto che nel giungo 1963, rientrando da Lourdes, scrive: "Eccomi a casa, meno stanca, ma con tanta nostalgia nel cuore... dalla città? della Madonna si ritorna nuovamente capaci di lottare, con più dolcezza, pazienza e serenità. Ed io mi sono accorta, più che mai, della ricchezza del mio stato, e non desidero altro che conservarlo. E’ stato questo per me il miracolo di Lourdes, quest’anno".
ATTESO INCONTRO. Ormai il tempo si fa breve e anche dalle lettere degli ultimi mesi s’intuisce che sente ormai vicino "l’Incontro": "Faccio fatica, e il tendermi una mano, anche per un attimo, mi rimette in marcia. Nella nostra marcia verso il Cielo. La nostra vera Patria"; "Mi pare di perdere la memoria, forse si avvicinerà la mia festa".
Muore il 23 gennaio 1964, all’età di 27 anni, cantando la vita. Comunque sia.
don Andrea Vena, Biografo

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