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Pnlegge il 16: Il caminante di e con Andrea Spinelli

Giuseppe Ragogna che presenta il nuovo libro di Andrea Spinelli "Il caminante" (edizioni ediciclo) ha intervistato per Il Popolo l'autore in anteprima (sv). Incontro di Pordenonelegge, 16 settembre, ore 21, spazio Gabelli

Pnlegge il 16: Il caminante di e con Andrea Spinelli

Andrea Spinelli è un uomo in cammino. Ha macinato più di 18 mila chilometri da quando, nel 2013, ha ricevuto la diagnosi dei tanti dolori allo stomaco: tumore al pancreas in stato avanzato, non operabile.
Come poteva reagire? Si è messo in cammino, portando con sé l’incoraggiamento di padre Leone, un frate francescano che ascolta come un amico: "Non ti arrendere mai, tutto accadrà".
Andrea ha scelto il passo lento del viandante. Si è spinto fino all’oceano per interrogarlo. E l’Atlantico gli ha sussurrato: "Sei pazzo, ma non ti fermare".
Dopo il successo d’esordio con "Se cammino vivo", con cui ha raccontato la convivenza con la malattia, nel libro "Il caminante" narra le conquiste ottenute attraverso un fragile equilibrio, da cui ricava consapevolezza e serenità: "Intanto sono vivo ed è come aver raggiunto la vetta. Ora condivido le pagine del diario che mi danno l’energia per andare avanti. Stringo i pugni e sorrido, perché la rabbia è un sentimento che non mi appartiene più. Certo, rimane la paura, ma è umano".

Il cammino ti ha portato quindi a compiere una rivoluzione interiore. Qual è stata l’evoluzione del cambiamento, fortissimamente voluto?
La consapevolezza di aver dato un senso alla vita. Ogni nuova giornata, se viene concepita come un regalo, è sempre piacevole da vivere, anche nelle difficoltà. Oggi cerco la luce, la speranza, le cose piacevoli, quelle che danno la forza di andare avanti. Con i miei passi do valore a questa nuova dimensione. La miccia che mi ha fatto fare il grande botto è partita da una malattia grave. Dove trovare la forza per affrontarla? È dentro di noi, bisogna tirarla fuori. Ho scoperto così l’importanza e il peso del mio respiro. Ora mi dico, vai e fregatene delle ombre, segui invece la luce, osserva la stella polare, porta con te la forza dell’amore di chi ti vuole bene. Per essere contenti non serve rincorrere la felicità, ma apprezzare quello che si ha.
Ma il tuo non è un semplice cammino. Hai voluto rimarcarlo con la scelta del titolo: "Caminante", una parola che coglie l’essenzialità della vita. Richiama il significato di viandanza, perché tu sei un viandante: colui che sceglie i luoghi del silenzio, non della moda né del turismo, per ascoltare, osservare e capire. Badi al sentiero che fai, quasi scusandoti di lasciare orme… di disturbare. Segui il percorso della vita. È così?
Sì, il caminante è una parola spagnola il cui sinonimo è viandante. L’ho voluta tenere con me, come espressione da conservare nello zaino. In realtà, mi sono lasciato catturare dal suo suono, una musica nomade come l’origine siciliana dei caminanti: loro si spostavano a piedi, poi si sono modernizzati. Ecco chi è per me il caminante: un essere umano che ascolta, si muove e sogna. Forse non sto neppure più seguendo un percorso in particolare, faccio parte della terra, della polvere, del fango. Sono un viandante, a volte maledetto e a volte tranquillo. Non importa dove stia andando, ma che io possa ancora camminare. Il concetto si allarga però all’andare verso l’altro per conoscerlo, in modo di sgretolare il muro dell’indifferenza. L’incontro è un momento che accende il fuoco della condivisione. Non ci sono maschere. L’importante è cercare relazioni, aprire dialoghi. Il mondo è in cammino, quindi è necessario sviluppare la capacità di comprensione e di ricerca.
Nell’esame minuzioso delle parole ti metti a vivisezionare anche il termine resilienza, che è molto usato per descrivere una forza d’animo come la tua. In tanti ti definiscono "persona resiliente". È una parola un po’ abusata: la senti tua?
Non sono sicuro che questa parola mi piaccia. Comunque, mi sono affidato al dizionario. Tra le definizioni, ho preso in considerazione quella psicologica, che indica la capacità di reagire in modo positivo di fronte a traumi e difficoltà. Ma un solo termine non basta a spiegare la complessità delle situazioni. Mi piace la versione spirituale tratta dal latino "resalio", che significa il gesto di risalire su di un’imbarcazione capovolta dalla forza del mare. Nel mio caso la barca è anche affondata nel corso di quel maledetto 2013. Ho cominciato a nuotare disperatamente e lo faccio ancora oggi. Ho preso il giusto ritmo e nuoto.
In questo secondo libro irrompe la figura di Francesco, che era appena accennata nel primo. Racconti del cammino di Assisi. Il "Poverello", come lo chiami affettuosamente, ti affascina nella sua dimensione umana: senza aureola e senza stimmate. Che cosa cerchi in lui? Punti a un percorso di fede?
Non ho l’esigenza di maturare la fede e, poi, percorsi di questo tipo dovrebbero restare intimi, mai ostentati. Inseguo invece l’uomo che, con un pizzico di follia, si è messo in cammino alla ricerca di umiltà e semplicità. Francesco, ricco di nascita, è diventato ricchissimo dopo aver abbandonato ogni cosa materiale. Questo porta alla valorizzazione dell’uguaglianza dell’essere umano.
Ciò che non accetti è la strumentalizzazione della tua situazione. In tempo di cure fai-da-te, ti sforzi a collocare al centro dell’attenzione la medicina scientifica, senza fughe verso soluzioni miracolistiche. Quanti trappoloni trovi lungo il percorso?
Il rischio c’è sempre, basta non caderci. L’importante è non lasciare spazio a illusioni che ingannano. Essere chiari può risultare disarmante, ma non si possono creare false speranze. Questa lotta sarà serrata, senza dimenticare che nel corpo di un malato c’è un essere umano: non un numero né una pratica burocratica.
Tra i cambiamenti c’è anche la vendita della casa. Ora vivi con la moglie, che ti sta sempre accanto, in un camper. Lo hai chiamato "Tano il gabbiano", con riferimento all’amico che ti ha fatto compagnia verso l’Atlantico. Non è una decisione rischiosa?
Che senso aveva pagare un mutuo lungo e pesante? Sto cercando l’essenzialità. Nel camper sta tutto ciò che serve a me e a mia moglie. Ha la stessa funzione di Babalù, l’inseparabile zaino. Non poteva mancare il riferimento a Tano, perché è simbolo di libertà. La mia è una scelta di vita. Il cancro è fermo, non è ancora andato oltre, ma io forse sì.
Giuseppe Ragogna

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