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Marquez, il colera e la morte del medico

Il colera serpeggiante si riaccende in focolai. Fresco di studi il giovane medico cerca di imporre migliorie all’ospedale, di risolvere "l’insidia mortale dell’acqua da bere", di allarmarsi "per le condizioni igieniche del mercato pubblico", frase che conduce le nostre menti fresche di coronavirus al mercato degli animali di Wuhan

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Marquez, il colera e la morte del medico

ispecchia uno dei capisaldi della letteratura di tutti i tempi il titolo del romanzo che, questa settimana, ci racconta di epidemie e contagi. Si tratta de "L’amore ai tempi del colera" del boliviano Gabriel Garcia Marquez, lungo le cui 350 pagine si dipana l’attesa mai calante di poter vivere un sentimento, manifestato ma non colto. Con pazienza, a tratti patologica e a tratti candidamente innamorata, Florentino Ariza aspetta la sua bella Femina Daza per "53 anni, 7 mesi e 11 giorni, notti comprese" - come scrive l’autore -, dal 1879 a ben oltre il ’900.
Un’attesa ricca di eventi, non solo d’amore: tra questi il colera, che cammina per le stesse strade dei protagonisti. Li conosciamo poco più che bambini, quando la malattia infuria e si porta via il medico della cittadina, Marco Aurelio Urbino, appartenente alla casata dei marchesi Urbino de la Calle, che muore nell’eroica vicinanza ai malati di colera che cura. Antenato degli oltre 160 medici che, oggi, sono morti nella missione di assistenza ai malati del Covid 19. Qualche anno dopo sarà il di lui figlio, Juvenal Urbino, fresco di studi a Parigi, città molto lontana dalla boliviana Cartagena de Indias dove si svolge la storia, a prendere possesso del palazzo e dello studio medico del padre. Ma anche della storia: inserendosi come pietra d’intralcio sul cammino d’amore di Florentino, più ricco di manie che di risorse dato che fa l’addetto telegrafista. Sarà il nobile, ricco e stimato Juvenal a sposare Femina Daza. Ma non a fermare il sogno e il progetto di vita del rivale.
Il colera serpeggiante si riaccende in focolai. Gli studi europei muovono il giovane medico: "La sua ossessione era il pericoloso stato sanitario della città". Cerca fin da subito di imporre migliorie all’ospedale, di risolvere "l’insidia mortale dell’acqua da bere", di allarmarsi "per le condizioni igieniche del mercato pubblico", frase che conduce le nostre menti fresche di coronavirus al mercato degli animali di Wuhan su cui tante parole in questi mesi si sono dette.
Per quanto giovane al tempo della morte del padre, Juvenal ricordava l’epidemia, divampata al mercato vicino al porto: "Gli avanzi del mattatoio contiguo, teste macellate, viscere marcite, pattumi di animali... restavano a galla al sole e al sereno in un pantano di sangue. Gli avvoltoi se li contendevano con i topi e i cani…". Come ricordava bene la falcidia di genti: "L’epidemia del colera, le cui prime vittime caddero fulminate nelle pozzanghere del mercato, aveva provocato in undici settimane la più grande mortalità della nostra storia"… "Durante le due prime settimane del colera il cimitero traboccava e non era rimasto un posto libero nelle chiese, nonostante avessero passato nell’ossario comune i resti consunti di parecchi grandi… Nella terza settimana il chiostro del convento di Santa Clara si trovò pieno fino ai viali e fu necessario adibire a cimitero l’orto della comunità.. Lì scavarono fosse profonde per interrare a tre livelli, in fretta e senza precauzioni…". Al padre fu poi reso giusto onore, riconosciuto come "eroe civile di quelle giornate infauste e anche la vittima più notevole… ideò e diresse in prima persona la direzione sanitaria". Riconosciuti su di sé i sintomi del male il padre "si appartò per non contaminare nessuno..., scrisse a moglie e ai figli una lettera d’amore febbrile", impose che "il suo corpo incenerito fosse confuso nel cimitero comune e non fu visto da nessuno che lo avesse amato". E leggere la nostra tragedia, quella dei camion militari pieni di bare a Bergamo, delle celle mortuarie nei tir frigo a New York, delle fosse comuni a Manaus in Amazzonia e ora anche in Brasile nelle pagine di un romanzo d’oltreoceano, scritte nel 1985 ma ambientate tra ’8-’900, spiazza e stupisce per le luttuose assonanze.
Fu per questo, come scrive Gabriel Garcia Marquez, che "il colera si trasformò per lui [il giovane medico] in una ossessione… e gli pareva impossibile che solo trent’anni prima avesse provocato in Francia, compresa Parigi, centoquarantamila morti". Così quando fece ritorno nella sua terra e sentì fin dal mare il fetore "ebbe la certezza la disgrazia si sarebbe ripetuta".
Lasciando la storia del colera e riprendendo quella d’amore di Florentino per Femina Daza, resta da scoprire come passo a passo l’indomito telegrafista, innamorato a modo suo, riesce a scalare prima tutti i posti della compagnia fluviale che presiede al trasporto su acqua di Cartagena, poi il cuore di Femina che, decenni dopo l’inizio della storia, quando i capelli sono bianchi per entrambi, resta vedova.
Dopo una serie infinita di lettere d’amore, che Femina non considera neppure, Florentino cambia strategia e comincia a scriverle lettere sul senso della vita, sul dolore dell’esistenza, sulla solitudine di ogni essere umano. Le sue parole fanno breccia e i due cominciano a frequentarsi come vecchi amici, per chiacchierare nel patio un giorno la settimana. Ma Florentino non ha lasciato il suo sogno sfiorire con gli anni e, un giorno, propone a Femina una crociera sul fiume. Lei accetta. Quel che accade saprà chi legge. Si aggiunge solo che per non smettere di stare vicino alla sua amata l’instancabile Florentino escogita un incredibile stratagemma, in cui amore e colera si incontrano.
E allora titolo, trama e finale del romanzo non sono che una lunga e rocambolesca conferma di quel topos letterario da cui eravamo partiti. Lo stesso che il nostro Giacomo Leopardi ribadì in una sua poesia: "Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte".
Simonetta Venturin

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