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I libri che raccontano le epidemie/1 La peste di Albert Camus

Cominciamo un viaggio letterario tra i libri che hanno raccontato epidemie e contagi. Non siamo i primi ua misurarci con una malattia nuova e sconosciuta. Lo facciamo cominciando da un superclassico: La peste di Albert Camus. Non lo sentiremo - pur nella diversità - lontano

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I libri che raccontano le epidemie/1 La peste di Albert Camus

Mal comune è mezzo gaudio, un po’ è vero e un po’ no. Ma proviamoci in questi giorni non sereni. Proviamoci come sospensione momentanea dagli eventi e come condivisione con quanto è già accaduto, sia pure in tempi antichi e in termini non uguali. Ma non siamo i primi uomini a sperimentare nella storia un combattimento contro una malattia nuova.

Iniziamo allora un piccolo viaggio letterario per andare a vedere tra i panorami quasi veri della fantasia con quali altri guai i nostri avi si sono misurati, come li hanno combattuti, come si sono difesi, come hanno vissuto durante e nonostante.
Non attingeremo ad una storia della medicina ma alla letteratura. Che non ha l’ufficialità di un bollettino medico - e sia chiaro neppure lontanamente l’autorevolezza -, ma che offre pagine grondanti di quella umanità dolente e palpitante che il caso clinico, concentrato sul male e sulla cura, non può raccogliere. Gli autori di romanzi, pur se spesso sprovvisti del salvifico sapere dei medici, sanno infatti restituire al lettore i pensieri, le emozioni, le paure e le speranze del malato, della sua famiglia e della sua comunità, fornendo un quadro articolato della singola persona,del mondo e del tempo in cui la storia si compie. E anche quando parlano del singolo si soffermano, più che sulle manifestazioni fisiche, sul mutare degli umori e dei pensieri. Mai come in questi giorni siamo desiderosi e bisognosi di capire e condividere quei sentimenti per nutrire quella meravigliosa complessità di corpo e anima che ogni persona è.
D’altronde, ha forse paura una nostra cellula? Sono tremebondi i nostri polmoni al sospetto di un incontro ravvicinato col Coronavirus? No. Se il corpo si ammala, sono i pensieri che si ingarbugliano in mille congetture, immaginano situazioni, prospettando soluzioni ad ogni possibile evenienza, fortunata o sfortunata.
Ecco, allora, che cominciamo questo piccolo viaggio da un romanzo che presenta affinità ai nostri giorni: "La peste" di Albert Camus (scritto nel ’46, pubblicato l’anno dopo e diventato subito un caso letterario di grande successo).
Non ne condividiamo né il titolo né il morbo, è evidente, ma l’affinità di certi aspetti della trama, di certe procedure messe in atto, delle varie fasi del male riecheggiano non estranee, specchio di quanto il Codiv 19 ha introdotto nella nostra vita da tre settimane a questa parte.

LA PESTE DI CAMUS
Il romanzo è ambientato ad Orano, una città algerina, in qualche anno del 1940 e dintorni, dove "nulla poteva far presagire ai nostri concittadini gli incidenti che si verificarono nella primavera di quell’anno e che furono quasi i primi segni della serie di gravi avvenimenti".
Tutto comincia con una moria di topi e con un vecchio portiere che li raccatta stecchiti dall’androne del palazzo. Sarà lui, dodici giorni dopo, il primo ad ammalarsi. Il suo medico visitandolo pensa: "Bisogna isolarlo e tentare una cura d’eccezione". Ma il paziente muore in fretta. Molti seguiranno per quella che all’inizio è una "misteriosa febbre" che si propaga veloce in una città dove tutti, cittadini e medici, sono impreparati. E questo nonostante i flagelli siano "una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa".
Governo e medici isolano i nuovi malati, ma sono attenti a cosa dire perché "l’opinione pubblica è cosa sacra: niente terrore". E la parola peste è dapprima solo nei discorsi a porte chiuse, dove qualcuno ricorda lo strano caso di Canton (città costiera a Sud della Cina) dove "quarantamila topi erano morti di peste prima che il flagello s’interessasse degli abitanti".
Dopo vari ragionamenti e tentennamenti la verità si impone: "Quello che bisognava fare era riconoscere chiaramente quello che doveva essere riconosciuto, cacciare infine le ombre inutili e prendere le misure necessarie. Poi la peste si sarebbe fermata".
Ed allora ecco i reparti dedicati in ospedale e poi un ospedale ausiliario e, con il lievitare incessante di contagi e decessi, l’estrema ratio della chiusura della città. Solo allora: "Si accorsero tutti di essere presi nel medesimo sacco e che bisognava cavarsela".
Ci fu chi si trovò separato dalla famiglia, perché uscito per lavoro non poté rientrare. Chi, arrivato in città per lavoro, non ottenne il permesso di lasciarla: come il nostro ragazzo di Grado, riportato in patria da Wuhan da un aereo militare italiano; come a Rambert, che nel romanzo è un giornalista inviato a seguire il caso, che vive l’epidemia tra il dovere di cronaca e il desiderio di ritornare dalla sua amata. E’ lui uno dei personaggi principali del volume insieme all’eroe della storia, il medico Rieux. Fanno da contorno altre storie: c’è chi cerca di uccidersi ma finisce col dedicarsi al censimento dei casi; chi - come i medici allora come oggi - lavora senza sosta per dare sollievo a chi è catturato dal male; chi come i religiosi decise "di lottare contro la peste coi propri mezzi e organizzando una settimana di preghiere collettive".
Tra i personaggi c’è pure la città stessa che cambia, che perde la sua normalità ("persino il commercio era morto di peste") e assume un volto nuovo, non sempre perfetto, talvolta meschino (come le introvabili pastiglie di menta dalle farmacie "molti le succhiavano per premunirsi da un eventuale contagio"), eppure capace di un’impensabile capacità di consentire la vita con i suoi ristoranti, le persone ancora a passeggio per le strade o nei caffè (dove è pur vero era sparito lo zucchero sfuso e ciascuno doveva portarselo da sé), e perfino con qualche proibito tuffo in mare.
Tanto resta da raccontare e lo lasciamo alle pagine del libro dove il morbo continua a lungo, mordendo la città per dieci mesi. Comincia in aprile, attraversa l’estate, supera uno strano e vuoto Natale, oltrepassa anche Capodanno…

PERCHE’ LEGGERLO
La cosa più interessante per noi che lo leggiamo adesso, condividendo la medesima domanda su un futuro che ci è ignoto, è scoprire come la città agisce e reagisce alla peste. Perché, ci insegna Camus: "L’abitudine della disperazione è peggiore della disperazione stessa".
Ed ecco allora che qualcuno capisce che "non bisognava tentare di spiegarsi lo spettro della peste, ma cercare d’imparare quello che si poteva imparare".
Il riscatto ha inizio da qui: quando ciascuno sente che la peste è affar suo e, unendo le forze, i sopravviventi sani si arruolano in ronde sanitarie volontarie. Quell’unità d’intenti, quello sforzo comune disegnano la via che traghetta la città fuori dal flagello.
Non basta lo zelo solitario di un medico eroe; non le sole prediche apocalittiche di un padre alla Savonarola; non la privata ostinazione alla vita normale di cui si ha bisogno ma il convergere di tutti i sani in un’unica direzione: questo salva la città e questo insegna Camus.
Lo fa attraverso il medico Rieux che indica al dapprima recalcitrante giornalista l’unica strada possibile in mezzo a quello stravolgimento generale nella "onestà di fare il proprio mestiere" sempre e indefessamente. E così lo convince a smettere di cercare la fuga e a restare perché l’unica cosa giusta da fare è rimanere a fianco di chi lotta. E lottare insieme.
E’ qui che Camus parla anche a noi che pur non siamo cittadini della chiusa Orano né tantomeno appestati: eppure in questi nostri giorni smarriti ci ricorda che per salvare l’uomo non c’è che l’uomo che si unisce agli altri uomini in uno sforzo comune e responsabile.
Simonetta Venturin

I libri che raccontano le epidemie/1 La peste di Albert Camus
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