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Le peste ad Atene del 430 a.C

Le pestilenze esistevano fin dall'antichità: ecco cosa scrissero Tucidide e Lucrezio sulla peste di Atene del 430 a.C.

Parole chiave: Atene (1), Lucrezio (1), Tucidide (1), Peste (5)
Le peste ad Atene del 430 a.C

Le pestilenze, o quanto meno, forme di epidemie riconducibili a malattie che si propagavano per contagio, erano una presenza costante nella vita di un greco nell’antichità. Di questo noi abbiamo testimonianze letterarie; tra le più note, gli inizi dell’Iliade e dell’Edipo re di Sofocle. In entrambi i casi proprio una pestilenza, l’una nell’accampamento dei Greci che assediano Troia, l’altra nella città di Tebe, dà l’avvio allo svolgimento dell’azione.
Ma quella che resterà memorabile, e lascerà un segno duraturo nelle letterature dell’Occidente, è l’epidemia scoppiata nel 430 a.C. ad Atene nel corso della guerra del Peloponneso. Sia per la sua gravità, visto il numero di morti, sia perché ne restò vittima Pericle, la grande guida illuminata di Atene sia, soprattutto, perché ebbe un narratore d’eccezione, Tucidide.

TUCIDIDE
Sono i capitoli 47-54 del secondo libro dell’opera in cui lo storico racconta la guerra tra Atene e Sparta dal 431 al 411. È un testo straordinario per più motivi.
Qui di seguito metterò in evidenza tre aspetti che ritengo meritevoli di essere sottolineati.
Prima annotazione: Tucidide è il primo e tra i pochissimi autori dell’antichità classica che descrive la peste dopo averla vista di persona; di più dopo averla contratta, come dice lui stesso; non è una rielaborazione di un racconto fatto da altri.
Ne deriva un secondo elemento ancora più importante del primo: Tucidide afferma di non volere entrare nel dibattito, che sicuramente ci fu, sull’origine del morbo e sulle ragioni per le quali "il disastro si è scatenato con tale violenza"; ma intende illustrare "come si è manifestato e con quali sintomi" (il termine in greco non c’è, ma è facilmente ricavabile dal contesto). Insomma, è lo sguardo di un medico; e la finalità di questo tipo di racconto è presto dichiarata: "Così che, se un giorno la peste dovesse di nuovo tornare ad infierire, ognuno che sia attento, conoscendone già da prima le caratteristiche, abbia modo di sapere di che cosa si tratta". Nasce la cartella clinica per una diagnosi tempestiva in modo che gli interventi possano essere altrettanto tempestivi e perciò efficaci. Stupefacente, oltre che di stretta attualità. Bisogna precisare che Tucidide è debitore della rivoluzione culturale che intorno a quegli anni Ippocrate, suo contemporaneo, stava introducendo nella medicina: il medico non si confonderà più con la figura di un guaritore, o di uno stregone, o di un mago, o di chi invita a invocare la protezione degli dei, ma sarà un operatore che propone interventi di cura in base a dati certi e verificabili. Merito dello storico è quello di capire la novità e di condividerla.
Ma forse il terzo aspetto è quello che desta maggiore ammirazione. Tucidide non si limita a delineare la sintomatologia della peste, ne individua anche gli effetti laceranti che essa determina nella comunità degli uomini: lo sconforto, la disperazione di chi capisce di essere stato infettato, la dedizione di chi si adopera nella cura, ma anche e soprattutto al cospetto della morte una "sfrenatezza" di fronte alla legge: "più arditamente molti osavano ciò che prima si guardavano bene dal fare"; "nessuno si sentiva invogliato a raggiungere con fatica uno scopo ritenuto onesto"; "venivano nella determinazione di doversi affrettare a godere dei beni e a rivolgere al piacere ogni cura"; nessun timore degli dei, nessuna legge valeva a trattenerli." Non solo le piaghe nei corpi, anche le ferite negli animi.

LUCREZIO
Il tema della narrazione di una pestilenza viene ripreso da un grande poeta latino, Lucrezio, che ne parla a conclusione del suo poema "De rerum natura", con il quale vuole far conoscere alle classi colte del suo tempo (anni ’50 del primo secolo a.C.) la dottrina del filosofo greco Epicuro.
Nell’ultimo libro il poeta vuole spiegare attraverso la ragione alcuni fenomeni che agli occhi della maggioranza delle persone apparivano stupefacenti o misteriosi. Tra questi le epidemie, che molto spesso erano interpretate come avvertimenti della divinità irata per comportamenti ingiusti degli uomini.
Lucrezio nega che ci siano interventi divini; dice che le pestilenze sorgono a causa di germi mortiferi che vagano per l’aria.
E per illustrare questa teoria narra la peste di Atene, quella raccontata da Tucidide. I versi 1138-1286, che chiudono il poema, seguono passo dopo passo la presentazione dello storico ateniese.
Pochissime le aggiunte, per lo più nell’aggettivazione, pochissime le modifiche: tutte tese ad accentuare il tono drammatico della narrazione, a far emergere la partecipazione emotiva dell’autore - mentre Tucidide a volte sembra asettico osservatore; ne risulta una potente immagine della fragilità dell’uomo di fronte alla malattia e alla morte e una sconsolata ammissione dell’inadeguatezza nel farvi fronte. Non si sfugge all’impressione che la città appestata si avvii a diventare metafora della condizione umana dominata da forze soverchianti e non dominabili; quando non sia sorretta da una luce salvifica, per Lucrezio proposta dalla dottrina del maestro-eroe Epicuro.
Gianantonio Collaoni
Presidente Ass. di cultura classica "Atene Roma" sezione di Pordenone

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