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Coronavirus: mons Marson: "Un passaggio apocalittico"

Stiamo attraversando un passaggio apocalittico, senza precedenti e senza paragoni. L’umanità intera è coinvolta. Non si tratta di prendere paura delle parole, ma di affrontare la situazione con la necessaria serietà, senza finzioni.

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Coronavirus: mons Marson: "Un passaggio apocalittico"

Stiamo attraversando un passaggio apocalittico, senza precedenti e senza paragoni. L’umanità intera è coinvolta. Non si tratta di prendere paura delle parole, ma di affrontare la situazione con la necessaria serietà, senza finzioni.
Dire apocalisse significa dire tragedia: siamo ancora dentro ad una tragedia immane. In discesa in Italia, con tanta voglia di ripartenza, ma con dimensioni catastrofiche e prospettive incerte nel mondo. I tre aspetti: sanitario, sociale ed economico risultano strettamente uniti tra di loro.
Ricordiamoci, però, che apocalisse, nel senso più vero, significa svelamento. Il termine greco vuol dire proprio questo, e si può tradurre anche con scoperta o illuminazione o rivelazione. La crisi in atto mette a nudo tante verità, a molteplici livelli.

(dalla prima pagina)

a pandemia come apocalisse diventa ammonimento: richiamo urgente e drammatico. Non possiamo dimenticare le parole di Papa Francesco, nella grande piazza vuota: "In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: "Convertitevi", "ritornate a me con tutto il cuore" (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è".
Certamente lo svelamento operato dalla crisi ha rivelato anche tanto bene. Quanta responsabilità e generosità abbiamo visto nelle case, negli ospedali e nelle case di riposo, nelle nostre città e nei nostri paesi, nei nostri quartieri e nelle nostre strade. Quanti fatti, di umanità, di sacrificio, di vangelo!
Risulta altrettanto vero che la crisi ha illuminato limiti e pericoli. La realtà ci domanda una conversione profonda, a cominciare dalla coscienza: una rivoluzione delle coscienze. In che senso?
L’individualismo egoistico, l’idolatria del denaro, la massimizzazione del profitto, l’indifferenza verso i deboli e gli ultimi, lo sfruttamento indiscriminato della natura, … ecco le grandi conversioni, che riguardano i cristiani ma anche l’intera società, e ben compresi noi preti. Toccano ognuno di noi, e in particolare chi ha responsabilità e possibilità.
Abbiamo imparato e stiamo imparando tante cose importanti. Ad esempio il ruolo della famiglia e della casa, dello spazio domestico, la differenza tra necessario e superfluo, la consolazione di angoli e passioni che avevamo dimenticato. E tante altre piccole e grandi scoperte, per questo nuovo cammino da intraprendere.
Personalmente ho scoperto in maniera nuova le potenzialità di internet e dei social. Ho cercato di fare in modo che potessero favorire la comunicazione e la relazione tra le persone nella comunità e far da pulpito per il Vangelo di Gesù. Mi sono impegnato insieme con alcuni collaboratori e ho potuto constatare anche frutti interessanti.
Certamente anche la televisione ha confermato il suo ruolo di mezzo comunicativo popolare e accessibile, ancora capace di aggregare le famiglie. E poi quante quante telefonate, in arrivo e in partenza! Comunque rimane vero che niente, proprio niente può sostituire le relazioni interpersonali e comunitarie.
Guardando al futuro, nella giornata delle comunicazioni sociali, è comunque un altro il pensiero che vorrei offrire.
Credo che più di sempre abbiamo imparato il valore della informazione seria, pacata, responsabile. Quell’informazione che aiuta capire e a riflettere.
In tempi di slogan e di fake, di comunicazione urlata che ingigantisce e strumentalizza paure e rancori, l’esperienza vissuta ci domanda una rivoluzione discreta, una ripresa della comunicazione autentica. Ricordo l’intervento dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, nella festa di Sant’Ambrogio, 6 dicembre 2018: "Nel dibattito pubblico, il linguaggio tende a degenerare in espressioni aggressive, l’argomentazione si riduce a formule a effetto, le proposte si esprimono con slogan riduttivi piuttosto che con elaborazioni persuasive". Perciò "credo che il consenso costruito con un’eccessiva stimolazione dell’emotività dove si ingigantiscano paure, pregiudizi, ingenuità, reazioni passionali, non giovi al bene dei cittadini e non favorisca la partecipazione democratica".
Ritengo che questa lezione sia fondamentale per il futuro, anche se può sembrare controcorrente. La partecipazione democratica e la corresponsabilità per il bene comune crescono se si condividono informazioni obiettive e non solo titoli a effetto, confronti su dati e programmi e non solo insulti e insinuazioni, pensieri e non solo ricerca compulsiva di risposta ai bisogni della pancia.
Ringrazio il settimanale diocesano "Il Popolo" per lo sforzo che sta svolgendo, lungo questa direzione; come anche si è distinto il quotidiano "Avvenire".
Siamo tutti chiamati in causa. É tempo di visioni e di investimenti: in sogni e progetti, energie e rischi, scelte e risorse. La tentazione forte è quella della chiusura, in termini individualistici. Non sarà più come prima: meglio o peggio.
Non dobbiamo dimenticare i gravi problemi che rimangono comunque in agenda, per l’Italia, l’Europa e il mondo: le violenze e le guerre, i fenomeni migratori, le violazioni dei diritti umani soprattutto delle minoranze, le ingiustizie e le disuguaglianze crescenti, i mutamenti climatici e le questioni ambientali.
Le difficoltà e i timori possono e devono suscitare generosità e coraggio, soprattutto in chi è più fortunato o è più bravo, in chi ha-può di più. Quanto hanno maggiori possibilità - doni, risorse, beni, qualità, competenze - sono chiamati a mettersi profondamente in gioco; a provare, rischiare, tentare prima e di più.
Per i cristiani si apre una stagione unica di lavoro e di testimonianza.
Don Orioldo Marson
Vicario generale

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