Commento al Vangelo
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Domenica 28 maggio, Pentecoste, commento di don Renato De Zan

Pentecoste è il dono dello Spirito

Parole chiave: Spirito (2), Pentecoste (8), Vangelo (127)
Domenica 28 maggio, Pentecoste, commento di don Renato De Zan

28.05.2023. Pentecoste

 

Gv 20,19-23

19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

 

Il dono dello Spirito

 

Il Testo

 

1. La pericope biblica e la formula evangelica sono perfettamente identiche. La struttura è semplice. Una prima parte è formata da una sezione narrativa (Gv 20,19) dove si trova un elemento cronologico (“La sera di quel giorno, il primo della settimana”), che indica la sera della domenica di risurrezione, e un’annotazione che ci mostra la paura dei discepoli nei confronti dei Giudei. I discepoli hanno dimostrato una notevole mancanza di coraggio di fronte alla morte del loro Maestro. La seconda parte ( Gv 20,20-23) è formata da una sezione discorsiva. Per due volte Gesù saluta i suoi con il saluto ebraico (“Pace a voi”: v. 19f.21b). Dopo il primo saluto incarica di suoi discepoli di continuare la missione che il Padre aveva affidato al Maestro. Dopo il secondo saluto, Gesù dona lo Spirito perché i discepoli abbiano il potere di rimettere i peccati.

 

2. Ricordiamo che il primo giorno della settimana, il giorno dopo il sabato, era il primo giorno lavorativo. Gesù appare ai discepoli e, per farsi riconoscere, mostra le mani (per l’orientale i polsi facevano parte della “mano”), forate dai chiodi e il fianco, squarciato dalla lancia (la cui punta era una piramide e non una lama). Il riconoscimento del Risorto fa cessare la paura e dà spazio alla gioia (“i discepoli gioirono al vedere il Signore”). È interessante notare come i discepoli non riconoscono Gesù per la sua “fisonomia”, ma per le tracce della sua passione. Tutto questo fa da premessa per il secondo saluto del Maestro.

 

L’Esegesi

 

1. Mentre l’uomo di Roma saluta con “Salve atque vale” oppure “Ave”, l’uomo greco dice “Chàire” (= rallegrati). L’ebreo, invece, dice “Pace a te / a voi”. Nella lingua ebraica “pace” significa “realizzazione” (si ricordi 2 Sam 10,7: Arrivato Uria, Davide si informò “sullo shalom di Iòab, sullo shalom della truppa e sullo shalom della guerra”). Gesù adopera il saluto ebraico che suona anche come augurio: vi saluto con l’augurio che vi possiate realizzare. In che modo? Assumendo il compito di continuare la missione che Gesù ha ricevuto dal Padre (“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”). Sappiamo che la prima missione di Gesù viene sintetizzata dal vangelo di Giovanni in Gv 1,18: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. Compito di ogni credente è “rivelare” con le parole e le azioni il volto misericordioso senza confini del Padre.

 

2. Il secondo elemento attraverso il quale i discepoli “si realizzeranno” è il perdono. Gesù dona lo Spirito Santo ai discepoli perché diventino capaci di trasmetter il perdono di Dio (“A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”). Si tratta di un compito immane: ciò che i discepoli perdonano è perdonato da Dio (questo è il complemento d’agente sottinteso nel passivo teologico “saranno perdonati”). Per questo motivo Gesù dona lo Spirito ai suoi. È una Pentecoste ante litteram? Non esattamente. È una delle tante “Pentecoste” narrate nel Nuovo Testamento. Il vangelo dice che Gesù dona lo Spirito morendo (Gv 19,30: “trasmise lo Spirito”; non esatta la traduzione “consegnò lo spirito”). Gesù dona lo Spirito da Risorto (vangelo odierno). Verrà donato a Pentecoste (At 2,1-11: prima lettura), ma verrà donato ancora ai componenti della casa di Cornelio (At 10,44-48). Viene donato anche da Pietro e Giovanni ai Samaritani che erano solo battezzati (At 8,14-17).

 

Il Contesto Liturgico

 

1. I Padri della Chiesa, poi, ci dicono che lo Spirito presiedeva alla creazione accanto al Padre e al Verbo. Lo Spirito guidava i profeti, i re e i sapienti. Lo Spirito ispirava gli agiografi e le scritture. Lo Spirito operava molto prima dell’episodio della festa di Pentecoste (prima lettura, At 2,1-11), momento saliente in cui nasce la Chiesa che opera nella storia. Giovanni Battista “sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Lc 1,15). Lo Spirito agì nella Vergine Maria. Gabriele le disse: “Lo Spirito Santo scenderà su di te …” (Lc 1,35).Elisabetta, salutando Maria, “fu piena di Spirito Santo” (Lc 1,41). Zaccaria, appena nato il figlio Giovanni, “fu pieno di Spirito Santo, e profetò” (Lc 1,67). Lo Spirito Santo “era sopra” Simeone (Lc 2,26), quando parlò a Maria e a Giuseppe. Gesù è “pieno di Spirito Santo” (Lc 4,1; cf Lc 3,22) non in forma episodica, ma continuativa. Egli è “colui che Dio ha mandato”, “proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura” (Gv 3,34),

 

2. Lo Spirito consola (continuando l’opera di Gesù che è il “primo consolatore”), dimora e rimane nei discepoli per guidarli a tutta la verità di Gesù. Per questo lo Spirito insegna e ricorda, ma anche annunzia le cose future. Lo Spirito, poi, abita nel credente (1Cor 3,16), perché costui sappia confessare Gesù come Signore (1Cor 12,3), si rivolga a Dio come Padre (Gal 4,6) e lo sappia pregare, perché il credente abbia i carismi per l’unità e la crescita della comunità (1Cor 12,1-14,40; cf la prima lettura: 1Cor 12,3b-7.12-13), perché il credente sappia amare (Rm 5,5) ed esperimenti di essere inabitato da colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti che farà risorgere pure lui (Rm 8,11).

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