Pordenone
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Alessandro Pivetta: insuperabile testimone di vita

Addio ad Alessandro Pivetta, Ale. Ci ha lasciato a 34 anni, dopo quasi 15 di stato di minima coscienza. La sua storia e quella della sua famiglia hanno urlato al mondo la vita

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Alessandro Pivetta: insuperabile testimone di vita

 Ci mancheranno i suoi occhi come ci manca il cielo. Ne avevano lo stesso colore: azzurro intenso, quasi turchese. Come i cieli estivi, come quando è nato: il 30 giugno 1985.
A 34 anni Alessandro Pivetta quei pezzi di cielo li ha chiusi per sempre e li ha donati, grazie al cuore immenso di mamma Loredana e papà Giancarlo che da quella terribile notte dell’incidente, il ferragosto del 2005, non lo hanno lasciato un istante. Quattordici anni e mezzo di assistenza ininterrotta a quel figlio inchiodato al letto e alla carrozzina.
Stato vegetativo, stato di minima coscienza: definizioni inadatte a rendere la verità di una vita nuova che i genitori e la sorella hanno imparato a gestire, amare di più, viziare di abbracci. Insieme hanno compiuto atti immensi e quasi eroici, scomodi e controcorrente.
Martedì 21 gennaio Ale se n’è andato, accompagnato da una sedazione profonda all’ospedale di Pordenone dove, nell’ultimo anno e mezzo, i ricoveri si erano susseguiti sempre più frequenti. Il suo fisico ha lottato tanto prima di arrendersi. La sorella Tatiana, alla fine delle esequie, lo ha definito: "Un fantastico gladiatore". Espressione bellissima; lottatrice anche lei contro le lacrime.
Ora che non c’è più, restano difficili da riassumere gli anni di Ale e, con lui, della sua famiglia.
Prima il ragazzo che ama la vita e, da ragazzo, ne era ingordo e goloso: il calcio con il Tamai e le tanto desiderate scarpette bianche, diventate il simbolo dell’Associazione nata dopo l’incidente. E con il calcio c’erano il lavoro e poi gli amici, le serate a tirar tardi nelle notti d’estate. Come quella dell’incidente a ferragosto del 2005 quando, a vederla da fuori, la vita di Ale è rimasta bloccata sull’asfalto. Una vita non persa, ma senza più un "come prima".
Ne sono seguiti i lunghi anni di silenzio, senza più le sue parole, le sue canzoni, le sue corse sull’erba del campo. Ma quei suoi due pezzi di cielo sono rimasti sempre spalancati sulla vita e su di noi.
Questo è stato Alessandro: l’insuperabile testimone di quale bene sia la vita. E questo ha imparato da lui chi lo ha conosciuto: la forza e la grandezza dell’esistenza, il suo sfuggire alle definizioni e alle nostre limitate idee. Ne sono una tangibile prova le persone e le cose che l’incidente di Ale ha generato.
Innanzitutto due genitori nuovi, capaci di un amore gigante. Due genitori onnipresenti, fantasiosi, dediti a una quotidianità di cura tutta da imparare e da gestire, anche contro un sistema socio sanitario non sempre in grado di rispondere ai bisogni di simili persone.
L’incidente accadde in agosto, sono tornati a casa con Ale quasi un anno dopo: prima l’ospedale a Pordenone, poi i lunghi mesi a Bologna, alla Casa dei Risvegli di Luca De Nigris. Quindi il coriaceo impegno per gli ausili necessari e la fisioterapia; per assisterlo in prima persona in una casa che non aveva più nulla di adatto a loro. E il turn over di amici e conoscenti che passavano per un saluto ad Ale in una casa che Giancarlo e Loredana hanno aperto a tutti.
Come gli scalatori che affrontano per primi una parete, questi genitori sono stati due apripista: hanno piantato chiodi e lasciato tracce pronte per chi, dopo di loro, si è trovato a gestire persone sopravvissute ad un incidente o una malattia e rimaste in uno stato di minima coscienza. Pionieri delle sofferenze e delle risposte possibili.
Tante cose hanno saputo far fiorire da quelle prime lacrime e da quel filo di timore che non abbandona mai chi accudisce un proprio caro.
Prima di tutto non hanno ceduto alla rassegnazione di lasciarlo in qualche struttura. Per anni le braccia forti del papà hanno issato Ale e la sua carrozzina fino al piano rialzato dell’appartamento senza ascensore in cui abitavano; hanno inventato un metodo per l’igiene personale in una casa che non contemplava simili necessità. Solo da ultimo avevano cambiato abitazione, facendone un tempio a servizio di Ale; mentre la mamma fin da subito aveva lasciato il lavoro per stare col figlio. Anni di imboccamenti e poi di sondini, di carezze e vestiti adatti non ad un ammalato ma a un ragazzo bello, prima durante e dopo.
Col tempo sono venuti l’Associazione "Gli Amici di Ale", il camper per essere ancora famiglia unita, per assaporare insieme ciò che era possibile: salire in montagna, andare al mare, andare a San Siro per l’Inter, volare in vacanza in Egitto, pregare sulla collina delle apparizioni a Medjugorie, prendere il treno violetto per Lourdes col pellegrinaggio diocesano e andare fino a Roma per incontrare papa Francesco. Non solo: Ale - chi poteva immaginarlo? - è stato il coprotagonista del docufilm "If", che il regista Nicola Abbatangelo ha girato per raccontare la vita reale di chi assiste persone con disabilità grave. Imprese molto audaci, se viste da fuori. Ma che distillato d’amore per chi ha avuto la fortuna di conoscerli da vicino.
Hanno affrontato tutto sempre insieme Loredana e Giancarlo: sempre con Ale e con la sorella Tatiana, che intanto si è fatta grande, diventando moglie e mamma di Matteo e Giulia, i nipotini di Alessandro, immortalati in tante foto sul lettone dello zio o sulla sua carrozzina. Ancora insieme.
Non si sono fermati. Da tempo inseguono il sogno di una Casa dei risvegli per il Friuli. Una casa per chi, come loro quasi quindici anni fa, si trovasse all’improvviso chiamato a gestire realtà tanto complesse. Ci sono stati progetti poi arenati. Ora una certezza c’è: la sua intitolazione ad Alessandro. Il resto in qualche modo verrà.

I RICORDI - I MESSAGGI - LE ESEQUIE

     entrato in una chiesa straboccante di gente scortato dagli amici del Tamai calcio: le maglie rosse sotto il giubbotto loro, la maglia rossa sopra il feretro lui. Dietro i genitori Giancarlo e Loredana, la sorella Tatiana, il fiume di parenti e conoscenti, i sacerdoti (mons. Giosuè Tosoni, don Angelo Grillo, don Aldo Moras, don Gianfranco Corazza, don Federico Zanetti), i diaconi, i tanti chierichetti, il coro dei Santi Taziano e Ilario a Torre di Pordenone. Tra i fedeli anche il prof. Gian Luigi Gigli, un punto d’appoggio per i Pivetta.
Nella cerimonia c’è stato un fluire di ricordi, ripresi in una gara di rievocazioni: il parroco mons. Tosoni, la sorella Tatiana, la zia suora Francesca (il cui messaggio è stato letto da suor Gigliola dell’Arcobaleno di Porcia).
Sono giunti i messaggi del Rettore del Seminario, don Roberto Tondato; del vescovo Emerito, mons. Ovidio Poletto; del vescovo mons. Giuseppe Pellegrini, del quale è stata data lettura dal diacono Mauro Dalla Torre. Il Vescovo ha ricordato l’incontro avvenuto nella recente visita Pastorale, "l’esemplare e premurosa assistenza" dei genitori, la casa trasformata su misura per lui. "Mi dispiace di non poter essere con voi - ha scritto - ma sono certo che Ale troverà tante persone a salutarlo, a pregare per lui". Non ha sbagliato.
Nell’omelia mons. Tosoni ha riepilogato tanti momenti a partire dalla notte dello scorso Natale, con Ale sotto il grande crocifisso, luogo da dove i genitori hanno voluto prendere parte alle esequie del figlio. Ha proclamato "Ale era una persona tanto amata". Ha ricordato il suo "lottare come un leone" per la vita, ma anche la sua eredità: credere in una vita che è tanto più degna quanto "è meno individuale e più partecipata; ha meno parole e più gesti buoni e d’affetto". Ha parlato del dolore del distacco come della certezza dell’abbraccio di Dio: "Si può vivere per un abbraccio e Ale ne ha ricevuti tanti in questi anni". Quelli incessanti dei genitori, quelli amorevoli della sorella, quelli giocosi dei nipotini. Quelli di amici e conoscenti che hanno confortato di visite le giornate dei genitori.
Mons. Giosuè ha voluto far memoria delle parole che aveva loro rivolto papa Francesco, incontrato in udienza nel 2018: "Vi ringrazio per non aver scelto la via più facile, ma per aver accolto la croce con amore e con coraggio".
Ha ricordato le tre volte in cui ha unto la fronte di Ale con l’olio santo: "I suoi genitori, dopo, mi ringraziavano tanto. Ma sono io, siamo noi che dobbiamo ringraziarvi". E ha rivelato la loro significativa presenza in parrocchia a Torre, pur se trasferiti da poco. Testimoni d’amore e di disponibilità dentro e fuori la famiglia: "Il vostro angolo d’amore e di speranza cristiana ci ha lascia due eredità: la fede in Cristo e l’esempio della carità".
Ha chiuso rivolgendosi ad Ale: "Da te caro Ale siamo stati spinti a vedere più da vicino dove passa la vita, a non disperderla in rigoli senza meta". La sua vita come una domanda aperta al senso della esistenza: sua e nostra.
Parole non diverse da quelle scambiate con il prof. Gigli che alla domanda: qual è la lezione di Ale? ha risposto: "Ci ha insegnato cosa sia la vita e ci ha insegnato la solidarietà fra noi".
A fine esequie il ricordo breve ma accorato di Tatiana: "Abbiamo riso tanto io e te... Poi il buio all’improvviso. Ed è stato così per 14 anni. Ma sei rimasto nel mio cuore come un fantastico gladiatore e tale resterai".
Le parole della zia, suor Francesca: "La società considera la qualità della vita da ciò che produce. Noi crediamo che la qualità della vita dipenda dall’amore". E ancora: "Il tuo sguardo penetrante trasmetteva quello che nessuna parola adesso sa trasmettere. Nessuno sa, tranne il Signore, cosa Alessandro abbia pensato, sentito, provato, vissuto. La sua è una vita passata nel mistero e nella gratuità dell’amore". Ha ricordato come "la dedizione amorevole di Loredana e Giancarlo ha reso forte l’esile filo che per quattordici anni ha tenuto in vita Alessandro". Ha chiuso invocando per Ale "la meritata pace del cielo".
E’ stata ricordata la certezza manifestata al Rosario, la sera del 23 gennaio dal parroco emerito di Torre, don Dionisio: "Alessandro è stato accolto in paradiso dall’applauso dei santi" e un fragoroso applauso è risuonato allora in chiesa prima dell’ultimo canto.
Ora le sue spoglie riposano nel cimitero di Porcia, ma restano indelebili gli occhi di cielo di Ale, il suo volto bello e sereno, accompagnato nell’ultimo viaggio dal ripetuto tornello del Dolce sentire: "Dono di Lui, del suo immenso amor... dono di Lui...".
Grazie Ale per la vita che ci hai insegnato.

Simonetta Venturin

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