L'Editoriale
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Dedicato a Giulia

Fino a qualche giorno fa il 25 novembre erano un paio di scarpe rosse a simbolizzare la violenza subita dalle donne. Ma quest’anno il 25 novembre è il viso sorridente di Giulia Cecchettin, 22 anni di Vigonovo (Padova): volto bambino, a un soffio dalla laurea, abbandonata da chi l'ha uccisa a Pian delle More nel nostro territorio diocesano (nella foto ANSA/SIR la sorella e il papà).

Parole chiave: Filippo Turetta (1), Pian delle More (1), Giulia Cecchettin (4), Femminicidio (9), Barcis (16), Piancavallo (12)
Dedicato a Giulia

Fino a qualche giorno fa il 25 novembre erano un paio di scarpe rosse a simbolizzare la violenza subita dalle donne. Ma quest’anno il 25 novembre è il viso sorridente di Giulia Cecchettin, 22 anni di Vigonovo (Padova). Sarà per quel suo volto bambino che non si cancella dalla mente; sarà per la settimana di attesa trascorsa dalla notizia della sparizione a quella del ritrovamento del corpo senza vita, gettato in un canalone nel nostro Pian delle More, tra Piancavallo e il lago di Barcis; sarà perché abbiamo tutti tifato, sognato, pregato e sperato che ricomparisse in tempo per laurearsi, proprio una manciata di giorni dopo la scomparsa; sarà che questa ennesima brutta storia di femminicidio si è chiusa qui, nel nostro territorio diocesano, interpellandoci una volta in più su quello che accade alle donne e alle menti degli uomini se, dall’inizio dell’anno ad oggi, sono oltre cento in Italia le donne uccise da chi avrebbe dovuto amarle e addebita all’amore il movente di tanta ferocia; sarà per tutto questo insieme ma questa storia ci si è incollata addosso, lasciandoci in una angoscia profonda.

Non è una storia nuova, eppure è forte l’onda di sgomento che ci assale per l’assurdità del tutto: di una vita stroncata, di due vite che potevano sbocciare radiose e invece sono finite in una provocata tragedia. Tra le tante parole versate in questi giorni piace raccogliere e trattenere quelle del don Franco Marin, parroco di Torreglia, il paese dell’ex ragazzo di Giulia, Filippo Turetta: “Stiamo tutti male, pensando a lui, a quello che ha fatto, ai suoi familiari, alla famiglia di Giulia. È una croce su cui siamo crocifissi” (Avvenire, domenica 19 novembre).

Perché di questa storia non conosciamo gli inizi, le trame e i percorsi, ma conosciamo la fine che si lega a Filippo, il ragazzo descritto come timido e riservato, del quale non vogliamo dire niente se non che racchiude il mistero di come si possa starsi accanto senza conoscersi, capire, capirsi. Filippo rappresenta tutte le domande a cui non sappiamo dare risposta.

Qualcuno ha proposto che la politica sotterri il gioco degli uni contro gli altri e formuli una legge per l’introduzione a scuola dell’educazione di relazione. Sarebbe un bel segno ma, oltre ai segni, questa ennesima storia di sangue e di morte a danno di una donna mostra una volta di più quanto questo sia urgente e forse non sufficiente. Sono troppi i messaggi sbagliati che passano dalla tv, dai media, dai discorsi di sempre: il da fare non manca. Lo dobbiamo alle oltre cento Giulia che, anno dopo anno, nel nostro Paese vengono uccise da qualcuno che diceva di amarle. Le donne delle belle parole sono stanche, della vita no.

Ai genitori dell’una e dell’altro, che sperimentano ora l’inferno di un dolore smisurato e senza senso, va tutta la nostra vicinanza.

A Giulia, abbandonata senza vita in un dirupo ad un soffio dalla laurea, vanno le nostre ormai inutili scuse per non aver saputo proteggerla.

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