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Intervista al Vescovo Giuseppe Pellegrini sui fatti tragici della missione in Mozambico

"Il senso della missione non sta nell’avere un luogo preciso ma nel cammino insieme come chiesa universale" così spiega il Vescovo di Concordia Pordenone, mons. Giuseppe Pellegrini

Parole chiave: Attacco (1), Mozambico (15), Missione (11), Vescovo Pellegrini (24)
Intervista al Vescovo Giuseppe Pellegrini sui fatti tragici della missione in Mozambico

Dei tragici fatti accaduti nella notte tra il 6 e 7 settembre a Chipene, dove operavano i sacerdoti diocesani fidei donum don Lorenzo Barro e don Loris Vignadel, e delle loro conseguenze parliamo con il Vescovo, S.E. mons. Giuseppe Pellegrini, in contatto con i missionari fin dalla notte stessa, mentre l’attacco era in corso. Ora li sappiamo in salvo, ma tutto è stato distrutto e incendiato.

Eccellenza, diciamo Chipene addio?
A Chipene la missione è stata certo distrutta ma non c’è solo Chipene. Ne parlavo con il vescovo di Nampula, don Alberto Vera Arèula: il fatto è che le persone sono in fuga da tutta la zona non solo da Chipene. Tantissima gente scappa da Namaca, da Masua, da altri centri Importanti che ho visitato a luglio. Tutta la fascia costiera soffre: c’è la preoccupazione che il terrorismo non si fermi. Prima era diverso: da anni è presente nel Nord, nei mesi scorsi aveva colpito Cabo Delgado, sempre a Nord ma più vicino alla missione.
Che si farà dunque?
Stiamo vedendo come fare e a quali bisogni rispondere. Ci sono altri sacerdoti che lasciano la zona: due di Verona, uno anziano di Rimini che stava preparando altri sacerdoti giovani. Del resto non si resta per le pietre ma per le persone e, se le persone scappano, si va dove sono le persone. Potremmo fare come nelle zone di guerra: un sacerdote va ogni tanto in qualche comunità dove qualcuno è rimasto.
Si parla di 800 mila sfollati: tantissimi.
Ai profughi ucraini il mondo occidentale ha aperto le porte. Questi sono più lontani.
Scappano, ma dove vanno?
Cercano di raggiungere parenti, in zone che si possono credere meno a rischio. Nell’ultimo viaggio, a luglio, a Nampula si stavano impiantando campi profughi. Ma non sarà facile: nei villaggi ci si aiuta, in città e senza lavoro si prospetta un futuro di estrema povertà.
Fa male vedere Chipene distrutta.
Questo sì, ma dobbiamo capire che noi siamo, e restiamo, nell’ottica della collaborazione con la chiesa locale. Non conta tanto che ci sia il marchio Pordenone in una missione precisa del Mozambico, conta il camminare come chiese sorelle. Conta lo scambio: noi abbiamo là due sacerdoti fidei donum, loro mandano qua dei sacerdoti a studiare, che noi sosteniamo. Questa è la chiesa universale. Fermo restando che, sì, la situazione là si è fatta adesso molto complicata.
Don Loris e don Lorenzo?
Don Loris è rientrato per un periodo di riposo e per rivedere i familiari.
Don Lorenzo?
Don Lorenzo in quanto vicario generale della diocesi di Nacala rimane ancora. E’ con il vescovo Alberto, uno spagnolo, missionario mercedario.
La responsabilità di quanto successo è jiadistha. C’è stata una rivendicazione.
Hanno sgozzato due persone: è il loro tratto distintivo. Ma da tempo stanno facendo campagna di arruolamento tra i giovani: o li rapiscono o li convincono con i solidi. Nella missione si sono infiltrati: per quanto raccontato si sono mossi conoscendo il luogo.
Eccellenza, l’ultimo suo viaggio a Chipene a luglio di quest’anno: qual era il clima?
Ci avevano detto dell’atmosfera di tensione. Si stavano avvicinando, ma non avevano oltrepassato il fiume. Come diocesi abbiamo subito preso la decisione di non mandare a Chipene, come si pensava, i giovani in partenza con il Pem. La loro esperienza di un mese l’hanno vissuta pertanto in Tanzania.
La diocesi è presente con una missione anche in Kenia: lì siamo tranquilli?
In Kenia non ci sono problemi di questo tipo nella zona dove noi siamo presenti. A Nord, molto più a Nord, purtroppo sì.
Eccellenza, mi permetto: lei è pastore di questa diocesi e dei suoi sacerdoti. Come ha vissuto quella notte con i nostri missionari sotto attacco?
La prima parte è stata tragica. Il loro messaggio di saluto, il perdono e poi cinque ore senza avere notizie. Ero in contatto anche con il vescovo Alberto e mi aveva comunicato della suora uccisa. Anche io ho vissuto momenti tragici d’attesa. Ho ripensato al martirio dei primi cristiani che hanno dato la vita. Poi ho ricordato che, quando ero all’Ufficio nazionale missionario della Cei, ogni anno capitava che qualche sacerdote o qualche religiosa morissero, anche se non in odio alla fede. Qui invece l’odio alla fede c’è: non hanno portato via nulla, hanno distrutto tutto. Chi muore così è martire. I missionari che dicono il loro sì prima di partire sanno che può capitare.
Suor Maria De Coppi è stata uccisa in odio alla fede: è quindi una martire?
Sì è una martire. Si sono letti vari dettagli, sono testimonianze da raccogliere meglio direttamente, non al telefono. Ma credo che se volessero cominciare una causa...
Don Lorenzo, secondo quanto riportato da Vatican news, ha dichiarato che sono stati risparmiati: gli assalitori passavano i coltelli sulla loro porta, quasi a dimostrare chi comanda... ma non sono entrati nella stanza. Perché sono stati risparmiati secondo lei?
E chi lo sa? Quando parlerò di persona con loro potremo dirci più cose che al telefono.
Simonetta Venturin

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