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I quattro vescovi del FVg scrivono "una parola di speranza" in questi giorni del Coronavirus

La cura della salute del corpo ma anche quella dell'anima, il rispetto di ogni persona umana, il ruolo della famiglia, l'appello alla solidarietà: alcuni dei punti toccati dalla lettera che i quattro Vescovi del Friuli hanno scritto insieme, in questi giorni scossi dal coronavirus 

Parole chiave: Vescovi del Fvg (1), Coronavirus (234), Solidarietà (10), Famiglie (4)
I quattro vescovi del FVg scrivono "una parola di speranza" in questi giorni del Coronavirus

š MESSAGGIO DEI VESCOVI ›

DELLA REGIONE AUTONOMA FRIULI VENEZIA GIULIA

 

 

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Cari Fratelli e Sorelle,

come Pastori delle Chiese della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, desideriamo rivolgerci a voi con una parola di speranza, che ci viene dalla Santa Pasqua di recente celebrata con fede viva pur nelle sofferte limitazioni imposte dalla pandemia tuttora in corso.

 

Cristo risorto è la nostra speranza

 

Nella sequenza della Santa Messa di Pasqua abbiamo ascoltato l’esclamazione di Maria Maddalena: «È risorto Cristo, la mia Speranza, e precede i suoi discepoli in Galilea». L’annuncio gioioso di questa donna, prima testimone della risurrezione di Gesù, fa bene al nostro animo perché ci induce a respirare l’ossigeno corroborante della speranza. Risorgendo dai morti, Gesù ha spalancato agli uomini la porta di una speranza affidabile, che non delude. Come con i due discepoli di Emmaus, Egli si fa nostro compagno di viaggio lungo il cammino, a volte accidentato, dell’esistenza terrena. Non siamo soli dentro le perduranti incertezze e sofferenze. Cristo risorto è con noi ogni giorno, ogni momento. Poggiamoci su di Lui come sulla roccia e la nostra casa non crollerà, neppure in mezzo alla tormenta.

 

Siamo coscienti che non è facile parlare di speranza a fronte delle tragedie che abbiamo visto e alle ansie crescenti circa il prossimo futuro. Non è il momento di fare discorsi retorici o illusori che non guardano in faccia la realtà. La speranza, infatti, che Gesù offre a chi crede non è un’emozione consolatoria, elargita a buon mercato. Quando egli appare agli apostoli la sera di Pasqua, mostra loro le ferite delle sue mani e del suo costato. Fa capire che è risorto percorrendo fino in fondo la Via Crucis e bevendo sino all’ultima goccia il calice amaro del male, della sofferenza e della morte. Non ha cercato di salvare sé stesso scendendo dalla croce e fuggendo dai tormenti della passione e dalla malvagità che lo aveva inchiodato al legno. Pensava proprio a noi che non abbiamo la forza di annullare la fragilità fisica, la miseria morale del peccato e la morte. Così non ci ha abbandonato dentro la notte del dolore e del male ma, per amore nostro, l’ha Lui patita fino in fondo e l’ha illuminata di speranza risorgendo il mattino di Pasqua.

Se, con fede, ci aggrappiamo a Gesù non ci perderemo. Egli ci tiene con la sua mano crocifissa che è forte più di ogni male e della morte. I momenti di prova e di debolezza, vissuti in comunione con Lui, non gettano fatalmente nell’angoscia e nella disperazione: possiamo, invece, attraversarli senza che in noi venga meno la speranza. Anche questi due mesi, segnati da uno sconvolgimento mai provato prima, possono farci intravvedere, nella notte, luci di inattesa speranza, se appena li puntiamo con gli occhi della fede. In questa speranza troveremo la forza per andare avanti seguendo la rotta giusta.

 

Luci di speranza nei due mesi dell’emergenza epidemiologica

 

            L’aggressivo contagio dovuto al COVID-19 ha provocato una sorta di terremoto che ha coinvolto tutti gli aspetti della nostra vita personale e sociale, con pesanti ripercussioni umane e rilevantissimi costi economici, in parte già pagati e in parte ancora da pagare. Ci siamo trovati ad affrontare un collettivo senso di smarrimento, a subire l’obbligo dell’isolamento fisico gli uni dagli altri, a soffrire il distacco da persone care decedute nella solitudine e senza conforti umani e cristiani, a patire un inusitato digiuno eucaristico. 

In mezzo a queste pesanti condizioni, tuttavia, scorgiamo che già germogliano dei preziosi segni di speranza. Sono conquiste di cui avevamo bisogno, seppure non ce ne rendessimo bene conto, presi come eravamo dalla frenesia del nostro quotidiano.

Proviamo ad individuare alcuni di questi segni, senza la pretesa della completezza.

 

š   Anzitutto, l’esigenza di essere più sinceri con noi stessi. Il cumulo di sofferenza, che ci ha toccato più o meno da vicino, ci ha fatto anche sentire tanto fragili e indifesi. Con subdola perfidia, questo virus ha tolto l’illusione di poter bastare a noi stessi grazie alle sicurezze fornite dalla scienza, dalla tecnica, dall’economia. Anche i potenti si sono ritrovati deboli e balbettanti come tutti. Bruscamente siamo stati risvegliati dai nostri sogni di onnipotenza. Ci fa e ci farà tanto bene tornare ad essere onesti con noi stessi e a confessare che di fronte al male e alla morte siamo tutti – appunto − creature fragili ed indifese. Al che non ci resta che invocare salvezza, sperando che Qualcuno ci ascolti. E il Risorto ha ascoltato.

 

š   Questo risveglio dall’illusione di bastare a noi stessi, ci sta spingendo a varcare la soglia della nostra stanza interiore, quella di cui parla Gesù nel Vangelo. È la stanza della nostra anima, là dove siamo soli con noi stessi e con Colui che vede nel nostro segreto: Dio Padre. In quel luogo segreto, che possiamo chiamare anche “coscienza”, avvengono le cose più importanti per la nostra vita. È lì che custodiamo i pensieri, i sentimenti, i desideri più intimi e maturiamo le nostre decisioni. Riscoprire questa dimensione spirituale di noi stessi ci farà tanto bene. È straordinariamente bello accorgerci che “non di solo pane vive l’uomo ma anche della Parola che viene da Dio”, come Gesù rispose a satana tentatore.

 

š   Ritrovarci nel giro di pochi giorni tutti più deboli, ha fatto lievitare dall’intimo del nostro popolo un movimento di solidarietà straordinario sia per il numero delle persone che si sono coinvolte sia per la qualità eroica da taluni raggiunta. È una solidarietà che nella nostra Regione ha radici profonde e una storia lunga, emblematicamente rappresentata dalla rinascita seguita al terremoto che nel 1976 sconvolse il Friuli. I luoghi in cui più tangibilmente si è rivelata questa solidarietà sono stati gli ospedali, ma anche tutti gli ambiti di iniziativa delle realtà di volontariato, in particolare le nostre Caritas diocesane. Una solidarietà semplice e silenziosa è stata ed è vissuta all’interno delle famiglie, rispetto anche ai vicini di casa e alle più vaste comunità paesane. I più fragili e i più poveri sono diventati la prima preoccupazione. Sono così venute allo scoperto le antiche radici cristiane del nostro popolo che si ispirano al paradigma emblematico del Buon Samaritano. Non c’è che dire: questo è un segno di grande speranza contro la mala pianta dell’individualismo.

 

š   Una parola merita il servizio svolto dai mezzi di comunicazione con l’intento di mantenere vive le relazioni tra le persone e le comunità. Il drastico isolamento fisico imposto dal coronavirus, ha spinto a cercare altre vie di dialogo, di relazione, di preghiera familiare e comunitaria, di scuola e di lavoro. Esse sono state favorite dai mezzi di comunicazione che, così, hanno mostrato la loro faccia buona. Restando “mezzi”, e dunque senza diventare dei nuovi “padroni”, possono essere valorizzati per intrecciare positive reti di relazione. Ci resti, però, la nostalgia dell’incontro personale, del guardarsi negli occhi, dell’abbraccio, della relazione affettiva. L’amicizia e l’amore non potranno mai diventare solo virtuali.

 

š   Una profonda sofferenza ha toccato tanti credenti allorché si sono trovati costretti a rinunciare alle celebrazioni liturgiche. In particolare, sta pesando molto la rinuncia alla comunione con Gesù nell’eucaristia, al perdono del Signore nella confessione e all’unzione degli infermi specialmente con i malati di COVID-19. È stata, però, una sofferenza feconda che ci ha visto crescere in altre forme di preghiera personale. Ha stimolato molte famiglie a ritrovarsi per pregare, a meditare la Parola del Signore, a celebrare la Via Crucis e la Settimana Santa. Esse hanno riscoperto la loro vocazione di “chiese domestiche”, santificate dal sacramento del matrimonio. Facciamo tesoro di queste scoperte anche quando, con le dovute cautele e con le garanzie per la salute di tutti, potremo tornare a frequentare la Santa Messa e le altre celebrazioni.

 

š   Accenniamo ad un ulteriore segno di speranza. Il precipitare della situazione ha suscitato in molti cristiani la domanda: “Perché sta succedendo tutto questo? Dio vuol farci capire qualcosa?” Come risposta, è tornata spesso alla mente la ricorrente esortazione di Dio per bocca dei profeti: “Convertitevi”. È l’invito con cui Gesù inizia la sua missione: “Convertitevi e credete al vangelo”. Dio ha permesso e sta permettendo questa prova per risvegliare le coscienze assopite da quel continuo compromesso spirituale e morale che era diventato una tranquilla abitudine.  Il Signore ci sta offrendo un tempo favorevole per un sincero esame di coscienza sia personale che sociale. Tra i peccati sociali possiamo ricordare il senso di autosufficienza, la globalizzazione selvaggia, le visioni distorte sulla famiglia e sulla vita, lo scarto dei più poveri vicini e lontani, gli insulti alla libertà religiosa e altro.

 

š   Anche per noi Vescovi e per le Chiese particolari della nostra Regione questo si sta dimostrando come tempo favorevole di discernimento e di conversione. Il coronavirus ci ha spogliati delle nostre celebrazioni liturgiche oltre che della maggior parte della attività pastorali. Nel prossimo futuro potremo trovarci umanamente meno potenti e più poveri di strutture e di possibilità economiche. Una condizione che dovrà portare le nostre Diocesi a ritrovare l’essenziale della propria missione di evangelizzazione e promozione dell’uomo e ad affidarsi alla potenza dello Spirito Santo più che alle proprie forze.

 

Guardiamo in avanti illuminati dalla speranza

 

            Gli indici di attenuazione dell’emergenza epidemiologica spingono a volgere in avanti lo sguardo, verso un tempo che ormai è stato definito “fase 2”. Non tocca a noi Vescovi sostituirci ai tanti esperti sul piano medico, scientifico, economico e politico che, pur anche nella nostra Regione, hanno la responsabilità di individuare strategie concrete su cui operare le scelte conseguenti.  Alla luce dei segni di speranza che abbiamo appena ricordato, ci limitiamo a suggerire alcuni punti di riferimento per orientare le scelte che verranno fatte. Se la prova che stiamo attraversando ha risvegliato le coscienze, non le si lasci ricadere negli schemi antichi, perché potremmo andare incontro a conseguenze ancora più gravi. Ecco, quindi, i punti di riferimento che, come Pastori, offriamo alla riflessione delle nostre comunità cristiane e a quanti hanno a cuore il bene vero del nostro popolo.

 

Curare la salute e curare la salvezza dell’uomo

L’aggressione alla salute fisica scatenata dal Covid-19 ha scosso il mondo mettendo in moto iniziative emergenziali mai viste prima. È apparso chiaro che per ogni uomo e per ogni popolo salvaguardare la vita fisica è il bene primario da tutelare a qualsiasi prezzo.

Questo momento di prova inattesa ha fatto, contemporaneamente, emergere in molte persone domande sul senso della vita e della morte, sul bisogno di una speranza per vivere. Esse rivelano che, a differenza degli animali, la persona umana custodisce nel proprio intimo ineludibili esigenze spirituali, con un’insopprimibile sete di verità, di amore e di una speranza che non delude.

Nella nostra epoca, l’uomo ha preteso di saziare tale sete con le proprie forze, immaginando di poter inscenare un paradiso senza Dio e senza fede. Ma era proprio un’illusione che questo virus, in pochi giorni, si è incaricato di smascherare. Nonostante gli encomiabili sforzi messi in atto per arginare l’urto, di fronte alla malattia e alla morte ci siamo colti vulnerabili nel corpo e nell’anima. Avremmo bisogno di qualcuno a cui consegnare la nostra vita perché la protegga, la porti in salvo, le dia un qualche senso.

In modo magari confuso, nel cuore si percepisce un bisogno che possiamo chiamare nostalgia di Dio e di una sua Parola di speranza. Questa nostalgia deve provocare e interpellare le nostre Chiese. La loro missione, infatti, è quella di annunciare la Speranza che Gesù risorto ha portato il mattino di Pasqua e darne ragione a chi la cerca anche senza saperlo.

 

Il valore assoluto della persona umana in ogni suo momento e condizione

 

Il grande movimento di solidarietà che si è messo in azione contro il contagio del virus ha fatto percepire quanto, a tutte le latitudini, sia vivo nelle coscienze il senso della sacralità di ogni persona e di ogni vita umana, che vanno difese specialmente quando si trovano in condizione di maggior debolezza. È una consapevolezza ben radicata pure nel cuore della nostra gente che già in altre epoche storiche seppe darne esemplari testimonianze. Essa sia tenuta viva anche quando saremo usciti dall’emergenza, contrastando quei poteri e quegli interessi volti ad introdurre discriminazioni o confusioni circa il valore assoluto di ogni esistenza umana dal suo inizio al naturale concludersi su questa terra.

Questa pandemia ha portato l’attenzione, in particolare, sulla condizione degli anziani all’interno della nostra organizzazione sociale. Manteniamo sveglia ora questa vigilanza, senza trascurare altre condizioni di debolezza, come la tragedia degli aborti che nel silenzio continuano a compiersi.

 

Il ruolo insostituibile della famiglia

A qualunque osservatore un po’ attento appare chiaro che sulle famiglie grava il peso maggiore allorché si presenta uno sconquasso sociale ed economico come quello creato dal Covid-19. La famiglia, oltre che cellula primordiale della società, è il nucleo umano che più ne assorbe le tensioni e le fatiche. In questi due mesi non pochi sono stati i disagi causati − per esempio − da una convivenza entro spazi ristretti, dalla gestione dei figli a casa da scuola, dall’interruzione dei rapporti con nonni e parenti, dall’improvvisa incertezza economica e lavorativa.

Se cede la famiglia si sfilaccia ogni altra relazione e istituzione. Essa è la rete che da sempre tiene unito, vivo e operoso il nostro popolo. Per questo ha diritto, in questa fase, ad un’attenzione e ad un sostegno prioritari da parte delle istituzioni civili come delle comunità cristiane. Condividiamo con le famiglie le preoccupazioni per il futuro, le incertezze lavorative ed economiche, l’impegno per l’educazione dei figli.

Molte famiglie cristiane hanno riscoperto, in questo tempo, la vocazione ad essere «presidi» in cui si prega, si ascolta la Parola di Dio e si trasmette la fede. Questa esperienza merita di essere senz’altro tenuta viva e semmai ulteriormente sviluppata.

 

Una conversione verso la solidarietà

Abbiamo già precedentemente richiamato il valore della solidarietà che, nell’emergenza, si è immediatamente manifestato; segno che è connaturato con l’animo del nostro popolo. Esso può attuarsi a livelli diversi che si completano l’uno con l’altro.

Come Pastori rivolgiamo un invito particolare alle nostre Chiese. Questa crisi che sta incidendo profondamente nella vita e nell’azione pastorale delle parrocchie, può essere una provvidenziale spinta a maturare una più intensa comunione intensificando la solidarietà e la collaborazione tra i diversi carismi e tra le comunità.

Per guardare con fiducia al futuro è importante il riferimento al valore della sussidiarietà che valorizza il contributo delle diverse realtà, pubbliche o private, che formano la nostra società.  Esse costituiscono una ricchezza che, se ben armonizzata con le altre, rende più bello e coeso il vivere comune. Questa sussidiarietà va tutela e valorizzata dalle Istituzioni comunali e regionali le quali, per scelta democratica dei cittadini, hanno la responsabilità di governare il complessivo bene comune.

La sussidiarietà è, di fatto, un atto di fiducia nella capacità del nostro popolo di farsi carico del proprio destino, come in altre circostanze della sua storia. Il fecondo binomio che lega insieme solidarietà verso i deboli ed esercizio di responsabilità con la sussidiarietà consentirà alla nostra Regione e alle sue Pubbliche Istituzioni di trovare la giusta collocazione nello scenario europeo e mondiale.

 

Un’amministrazione pubblica che governi la convivenza democratica

Riserviamo un pensiero particolare ai nostri Amministratori e a tutto il mondo politico. Siamo coscienti che si sono trovati a governare un'emergenza improvvisa, inedita e dai risvolti tragici. Per questo va a loro sostegno e riconoscenza per quanto sono riusciti a fare.

 Il futuro prossimo chiederà lungimiranza, saggezza, capacità di ascolto e preparazione: tutte attitudini indispensabili per un buon governo. Riconosciamo che si tratta di doti non facilmente reperibili in circolazione; per questo sarà importante che coloro che vengono investiti di autorità pubblica sappiano scegliersi consiglieri di alta qualità per mettere al servizio dei cittadini il meglio che è a disposizione. Non occorre nemmeno ricordare come la loro prima virtù, specialmente in tempi di crisi, debba essere l’onestà, contro ogni tentazione di strumentalizzare i momenti difficili per miopi vantaggi personali o di parte politica. Sarebbe come giocare sulla pelle già segnata delle persone.

 

La dignità del lavoro e dell’economia reale

Un punto fondamentale riguarda il lavoro e l'impresa nella prospettiva di un loro pieno riavvio. A questo riguardo, vanno riportati al primo posto il diritto e la dignità del lavoro, il sostegno e la promozione delle attività imprenditoriali che producono benessere reale, il rispetto e la valorizzazione del risparmio dei cittadini. È necessario allora ripensare quell’economia che si basa sul profitto a tutti i costi, sulla globalizzazione forzosamente finanziaria, sul capitalismo selvaggio. Bisogna promuovere un’etica più attenta alla persona, all’interno della dinamica sociale e nel mondo del lavoro. Anche nella nostra Regione la rinascita non potrà prescindere da due punti fermi: la tutela dell’imprenditoria che crea lavoro, e il sostegno al diritto al lavoro, condizione indispensabile per promuovere la dignità delle persone e delle famiglie.

Auspichiamo inoltre che si consolidino gli sforzi di diverse realtà imprenditoriali, commerciali e logistiche del territorio regionale volti a reagire ad una situazione tanto complessa attraverso l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo delle infrastrutture. Non mancano da noi Centri di eccellenza che possono essere ben valorizzati.

Quanto sopra indica solo alcuni obiettivi che devono tornare ad avere prioritario interesse nelle agende di chi governa la politica e l’economia. Se un simile messaggio giungerà chiaro ai cittadini, questi ritroveranno ragioni concrete di nuova speranza e volontà per impegnarsi in una ripresa che temiamo non sarà facile.

 

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Cari fratelli e sorelle, a coloro che lo ascoltavano, Gesù lanciò questo monito: “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,3). Ecco, in queste riflessioni abbiamo cercato di interpretare, alla luce della speranza pasquale, i segni del tempo burrascoso ma, insieme, provvidenziale che stiamo vivendo. Ve le offriamo perché possiate approfondirle sia personalmente che comunitariamente, così che la prova che stiamo sopportando diventi momento di salvezza. Ci illumini, col suo Santo Spirito, Gesù risorto e ci sostenga l’intercessione materna di Maria, che, in questo mese di maggio a Lei dedicato, vogliamo pregare con fiducioso e filiale abbandono.

 

 

 

                                                                                       S.E. mons. Giuseppe Pellegrini,  Vescovo di Concordia-Pordenone

 

                                                                               S.E. mons. Carlo Roberto Maria Redaelli,  Arcivescovo di Gorizia

 

                                                                                       S.E. mons. Giampaolo Crepaldi,   Arcivescovo Vescovo di Trieste

 

                                                                                  S.E. mons. Andrea Bruno Mazzocato,  Arcivescovo di Udine

 

 

Memoria di San Giuseppe Lavoratore

1 maggio 2020

I quattro vescovi del FVg scrivono "una parola di speranza" in questi giorni del Coronavirus
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