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La qualità come via d’uscita da questa crisi

Indietro non si tornerà. Non si può tornare. Ce lo insegna la storia da cui dobbiamo imparare

La qualità come via d’uscita da questa crisi

La storia è maestra di vita. Non occorre che sia quella grande, con la “S” maiuscola. Basta quella più piccola, che raggruppa i tanti racconti legati ai territori, dove si trovano il coraggio di resistere alle crisi, anche quelle più devastanti, e le energie per la ripartenza. Talvolta il nuovo corso rivede e migliora le strutture precedenti, in virtù della capacità di tener conto delle lezioni maturate in condizioni di difficoltà. Succederà anche in tempi di coronavirus. Osserviamo che cosa accadde nel passato. A Pordenone, un’importante fase economica finì sotto i colpi dei manganelli. Era l’autunno del 1954. I poliziotti della temutissima “Celere” intervennero in assetto antisommossa per ristabilire l’ordine pubblico: caricarono a più riprese gli operai dei cotonifici che protestavano contro i massicci licenziamenti. Fu chiusa in maniera tragica una pagina di storia durata un secolo, quella del tessile, che aveva avviato la prima rivoluzione industriale, sfruttando l’abbondanza d’acqua, il clima molto umido e la manodopera a costi bassissimi.
Lacrime e sangue. Sembrava che l’intero impianto economico dovesse crollare, riportando la città alla miseria. Invece, le solide radici produttive attutirono la crisi. I nuovi imprenditori, che si erano formati nelle piccole officine di famiglia, si assunsero responsabilità da classe dirigente. Dimostrarono doti di lungimiranza e di attenzione verso il territorio. In realtà, nulla nasce mai per caso: c’è un Dna che aiuta. E quello della cultura “del fare”, favorito dalla figura del metalmezzadro, permise di sviluppare idee e progetti innovativi. Tutta l’area pordenonese, e giù fino al portogruarese, si propose all’avanguardia del Made in Italy, che negli Anni ’60 si allargava nei mercati con prodotti affidabili e di qualità. Nacque una forte propensione all’export manifatturiero. Si diffuse l’ottimismo di una società che, uscita stremata dalla guerra, ambiva al ritorno alla vita e alla voglia di riscatto. Energia, fiducia e cambiamento garantirono nuove opportunità con il passaggio a una narrazione capace di far emergere il senso di comunità, attenuando la dimensione individuale dei processi economici. Si arrestarono i flussi di emigrazione provocati da condizioni di estrema necessità: numerose persone, che se n’erano andate, rientrarono e molte altre arrivarono un po’ da tutt’Italia, poi anche dal mondo. Il nostro “modello” è ancora l’integrazione di molti immigrati.
Le successive crisi (molto pesante quella finanziaria 2007/2009) scossero ulteriormente gli assetti del sistema industriale. Dopo un’inevitabile selezione darwiniana, si elevarono i livelli delle tecnologie, dell’innovazione, della ricerca permanente, dell’impasto con contenuti culturali, della capacità di marketing e di commercializzazione. Un’indagine della Fondazione Nord Est, un po’ datata, ma sempre valida, invitava i nostri imprenditori a lasciarsi trascinare da un processo di cambiamento innervato più di “mentedopera” che di “manodopera”, perché nell’era dell’accesso contano le risorse professionali e intellettuali: più qualità che quantità. Indietro non si torna, pena l’ineluttabilità del declino.

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